Gli ultimi tre uomini nominati giudici alla Corte Suprema americana sono tutti sposati e hanno figli. Le ultime tre donne , Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Harriet Miers - ora ritiratasi - sono tutte single e senza figli.
Che strana coincidenza quella americana . David Leonhardt, blogger del New York Times, lo dice chiaramente: il caso erge a simbolo di quanto accade nel mercato del lavoro. E’ consolidato che negli Usa, tendenzialmente, a parita’ di capacita’ e qualifiche, uomo e donna subiscono pari trattamento economico e altrettanti uguali promozioni di carriera. Del resto la lotta per l’emancipazione femminile ha portato i sui frutti. Peccato pero’ che il meccanismo delle parti opportunita’ si inceppi alla nascita di un figlio. In America la chiamano cosi’ “motherhood penalty” .
In Italia siamo ancora lontani anni luce dall’osservanza delle pari opportunita’ tra uomini e donne. Lo studio realizzato da Isfol (l’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) l’ha riconfermato in questi giorni: le donne guadagnano il 7% in meno degli uomini. Ma a parte le diseguaglianze nelle buste paga, se mettiamo a confronto l’Italia con i paesi europei, scopriamo che il Bel Paese si colloca al penultimo posto. Dopo di noi resta solo Malta .
Siamo nel 2010 e il 46,3% delle donne italiane , di cui 7 milioni risultano in eta’ lavorativa, sono escluse dal mercato del lavoro.
Non e’ solo una mossa di politically correctness nei confronti delle donne, l’eliminare barriere e discriminazioni sui posti di lavoro, introdurre le tanto discusse quota rosa nei palazzi romani dimostrando cosi’ che il maschilismo italiano fa parte orami del passato.
E’ stato piu’ volte dichiarato dagli economisti ed esperti di tutto il mondo che in gioco ci sono la produttività e la crescita economica. Se le donne lavorassero, sostengono gli economisti, ci guadagnerebbero gli indici economici del Paese.
Forse, sarebbe interessante approfondire il valore della famiglia (per la società e per l'economia) e il valore che la donna ha all'interno di essa. Come, una donna impegnata in tal senso può essere un contributo per la società, sia in ambito privato che in ambito lavorativo.
RispondiEliminaSul tema penso sia interessante il pensiero di Robert Reich, Secretary of Labor durante la Clinton Administration - che sostiene che il lavoro femminile in USA nell'immediato dopoguerra fu frutto della necessità di sostenere la crescita economica con consumi elevati più che di una battaglia ideale.
RispondiEliminaCredo online si trovi anche un suo intervento al corso di Political od Economic History a Berkeley; è la seconda lezione del corso.
La battaglia per il lavoro delle donne è sacrosanta, ma difficilmente sostenibile se non si investe e sostiene la famiglia allargata, specialmente con l'aumento delle aspettative di vita. Se così non è rischia di diventare un fattore di frattura sociale invece che progresso autentico.
Molto interessante però che l'ultima frontiera della discriminazione non sia tra donna e uomo, ma tra madre e non-madre. Una proposizione culturale come quella che domina ora costringe in maniera ideologica alla crudele scelta famiglia/lavoro, con l'eccezione di rarissimi fortunati casi.
Concordo anche con Miri. Le nostre società - parlo di tutte quelle Cristiano-Giudaiche, per quanto maschiliste di facciata, sono sempre state profondamente matriarcali nella struttura, e non solo in occidente. Il valore della donna all'interno della famiglia è assoluto ed irrinunciabile. Il bel problemone è coniugare le due cose, perchè l'impoverimento della classe media avanza in tutto l'occidente.