Chi non vorrebbe un po’ della sua grinta e sfacciataggine, chi non ammira la giovane madre che convince il suo avvocato ad assumerla e che riesce a fare carriera mettendo in piedi una causa civile contro una gigantesca societa’?
Una storia vera a cui si ispira il film “Erin Brockovich” di Steven Soderbergh, il regista di "Ocean’s Eleven" e di "Traffic".
“Quindi lei non ha fatto veri e propri studi medici?” Le chiedono durante un colloquio di lavoro.
“No" risponde Erin , "ma ho dei figli e ho imparato parecchio". "Ho visto le infermiere fare i tamponi alla gola ai miei figli. Che ci vuole. Uno gli ficca un cotton fioc gigante in gola e aspetta. O le analisi delle urine. Con l’asta si prende il livello e si vede se il conteggio dei globuli bianchi e’ alto”.
Davanti allo sguardo imbarazzato del suo interlocutore, Erin incalza. “Sono perfetta con le persone, imparo molto velocemente, ho sempre desiderato fare medicina, ma poi mi sono sposata e ho avuto dei figli, ero troppo giovane, cosi’ mi sono saltati tutti i piani”.
Il lavoro non arriva, ma Erin non molla. Riesce a convincere il suo avvocato, Ed Masry (con il quale ha perso la causa di risarcimento danni per un incidente stradale che le e’ costato varie fratture) ad assumerla in prova come assistente legale.
“Non mi serve compassione Masry, mi serve uno stipendio. Io ho cercato. Ma quando hai passato gli ultimi 6 anni della tua vita a crescere i figli, e’ difficile trovare un lavoro che ti dia uno straccio di stipendio. Io sono sveglia, sono una gran lavoratrice, faro’ qualsiasi cosa, e non me ne andro’ di qui senza un lavoro. Non mi faccia implorare. Se vede che non funziona, allora mi licenzi”.
E l’avvocato Masry rassegnato, le risponde: “Va bene, ma niente contributi”.
Come tante storie americane di successo, Erin , con la sua determinazione e intraprendenza ce la fara’ alla grande. La solita storiella di successo in cui si ricorda allo spettatore che “volere e’ potere”? Quella che risulta impossibile in Europa, specialmente in un Paese come l’Italia? Forse.
Se c’e’ una cosa che nessuno pero’ ci vieta di imparare su questa Terra, e’ essere sinceri con se stessi fino in fondo e lottare per il vero. Erin , l’ha fatto, insistendo, superando ogno sorta di paura e timore, di pregiudizio contro il suo profilo professionale, considerato non all’altezza.
E’ la storia di tutte noi. Di donne, magari diversamente da Erin , felicemente accoppiate, con un marito/partner che ci sostiene, ma con il conto in banca sempre in rosso. In questo, d'altra parte, siamo molto simili ad Erin.
Certo, in qualche modo ce la si fa sempre, ci si barcamena, grazie anche alla generosita’ e disponibilita’ di nonni, zii e cugini.
Diciamolo. Quante sono le mamme che possono permettersi di non lavorare perche’ lo stipendio del marito e’ sufficiente per mantenere l’intera famiglia?
E quante possono permettersi di lavorare senza che il loro stipendio vada a finire direttamente nelle tasche della baby-sitter, invece che in un conto risparmio?
Ma che bella notizia e che invidia!!! lo dice una che professionalmente ha sempre fatto un passo avanti e due indietro per amore della famiglia o perchè non ne avevo il coraggio...e ora si trova ancora una volta a dover scegliere tra uno stipendio all'italiana di 800 euro (di cui 0 di contributi e garanzie, una valanga di responsabilità e 8 ore lontana dalla mia bambina) oppure il niente di niente....
RispondiEliminaUn abbraccio gigante a tutte quelle donne-mamme che vengono rivalutate positivamente
Mi piace la determinazione di Erin Brokovic'. Mi piace pensare che la storia raccontata nel film sia una storia vera. Mi piace quindi pensare che anche noi nella vita reale possiamo usare il suo stile. Io sono una mamma, potrei dire una mammona, ho 6 figli e si! ho deciso di seguire una carriera profesionale e pagare la babysitter per poter lavorare. Questa decisione tiene conto del fatto che l'esigenza di lavorare a cui deve seguire il riconoscimento economico è prima di tutto legata alla realizzazione e all'espressione di se stessi. Quando si lavora solo per lo stipendio difficilmente si fa carriera o si prova soddisfazione. La storia di Erin ci mette davanti agli occhi che bisogna lottare per ottenere la propria realizzazione in qualsiasi circostanza, perchè secondo me si vive troppo condizionati dai SE, vorrei essere così ma non posso perchè...schiavi di mille condizionamenti solo perchè non si ha il coraggio di rischiare fino in fondo il nostro desiderio. Il punto è che il nostro desiderio lo abbiamo sotterrato e in fondo preferiamo sognare invece che vivere. Io voglio vivere e rischiare!
RispondiEliminaRita