Il 23% delle famiglie italiane con figli sono a rischio povertà. In Francia la percentuale si abbassa al 15%, in Germania al 12%, in Svezia al 10%. La fonte sono i dati Eurostat del 2010.
E ancora: La percentuale di famiglie che subiscono gravi deprivazioni per l'abitazione, nel caso ad esempio di un nucleo composto da 2 adulti e un figlio, è del 6,5% in Italia, del 3,4% in Francia, dello 0,3% in Germania, dello 0,6% in Svezia.
Parlare di ricchezza delle famiglie italiane in tempo di crisi è del tutto fuori luogo se pensiamo alle condizioni economiche in cui riversiamo. In realtà, secondo Eugenia Scabini, professoressa ordinaria di Psicologia Sociale della Famiglia dell'Università Cattolica, l'accostamento non è così azzardato, se consideriamo che la parola crisi in greco significa scelta, decisione, mentre in cinese vuol dire pericolo ma anche opportunità.
Ma che cosa genera ricchezza? Quale ricchezza vogliamo per la nostra società e di quale ricchezza parliamo? Soltanto di quella economica? Chiede Scabini.
L'università Cattolica ha ospitato nei giorni scorso un convegno dal titolo "La ricchezza delle famiglie in tempi di crisi", una giornata di studio in cui sono intervenuti professori di economia e psicologia, personalità politiche locali e associazioni famigliari.
In tempi di crisi si comprende come la ricchezza sia una risorsa. Non stiamo parlando di beni di consumo, ma di tutti quei beni che si generano nelle relazioni. Alcuni, secondo lo studio della professoressa Scabini sono la fiducia, l'affidabilità, la capacità di affrontare le prove, la resilienza, ovvero la capacità di far fronte alle difficoltà con atteggiamento positivo.
Sono beni che richiedono investimenti a lungo termine.
I professori intervenuti all'incontro sono d'accordo: è fuorviante pensare che questi beni relazionali non influenzino la ricchezza delle famiglie e quindi della società. Essi sono fondamentali per il benessere di un Paese.
Ma chi in Italia sta attualmente investendo in beni relazionali? Chi è in grado di trasmetterli alle generazioni future?
La professoressa Scabini ricorda: "Siamo ad un punto di non ritorno: dobbiamo decidere se agire ancora una volta con azioni di tamponamento o se investire nelle famiglie. Questi beni, queste ricchezze sono prodotte dalle famiglie, dalle famiglie sostenute però, non da quelle lasciate sole".
Sole da chi? Dal governo, dallo Stato? Soprattutto, ma non solo.
Luigi Campiglio, professore ordinario di Economica Politica dell'Università Cattolica di Milano, ha voluto declinare il termine crisi nel triplice senso greco-cinese. Una crisi, ha spiegato, prima si presenta come un pericolo, poi come un'opportunità e poi spinge ad una scelta.
Nel suo intervento è partito analizzando il cosiddetto "Decennio perduto". Con i dati di Banca D'Italia alla mano ha analizzato il Pil procapite reale dal 2000 al 2010.
In dieci anni in Italia il tenore di vita in termini pro-capite è diminuito. Le aziende sono diventate più piccole e questo ha comportato un aumento di costi.
La spesa pro-capite reale delle famiglie residenti è diminuita del 4% in dieci anni.
L'82% delle attività reali svolte nel decennio è una conseguenza di un aumento dei prezzi più che di una tangibilità reale.
E ancora: i redditi famigliari mediani sono diminuiti nella crisi e nell'intero decennio. Quelli più elevati sono diminuiti nella crisi e aumentati nel decennio.
Analizzando i dati sui consumi Istat, fa riflettere il fatto che siano aumentati i consumi soltanto per i single con più di 35 anni.
Si potrebbe andare avanti all'infinito a snocciolare dati deprimenti sullo stato delle cose in Italia.
Probabilmente, considerate le premesse, rimane da chiedersi perché una società debba sostenere e promuovere la famiglia? Cosa c'è di così speciale in una famiglia?
Campiglio è convinto che l'aspetto umano ed economico siano fortemente intrecciati tra loro.
Per Campiglio la famiglia è essenziale in quanto fondamento di uno sviluppo sostenibile; contribuisce ad accrescere il patrimonio di un Paese; crea ricchezza umana e quindi ricchezza per il Paese sia sul piano quantitativo ma soprattutto sul piano qualitativo; concilia le ragioni del bisogno con quelle dell'efficienza e quindi riduce le possibili cause di squilibri sociali.
Può la spesa pubblica far qualcosa per le famiglie? Le reazioni intenzionali e politiche servono? Si interroga l'emerito professore che sottolinea come a livello governativo, non bisogna confondere le politiche di lotta alla povertà con le politiche per la famiglia.
Ocorrono strumenti mirati. Occorre tener conto della capacità di spesa di una famiglia. Occorre considerare il reddito famigliare e non individuale. Occorre incentivare il dialogo tra imprese e famiglie. La ricchezza che la famiglia trasmette ai figli è il fondamento della qualità del lavoro. I due ambiti sono quindi interdipendenti tra loro secondo Campiglio.
Giovanna Rossi, professoressa di Sociologia della Famiglia dell'Università Cattolica ha rilanciato nel corso del convegno la provocazione: "Siamo sicuri che ci sia ancora consapevolezza della ricchezza portata dalle famiglie? Se sì, significa che questa ricchezza debba essere sostenuta adeguatamente".
Giulio Boscagli, Assessore alla Famiglia, Conciliazione e Integrazione della regione Lombardia, nel corso del suo intervento ha raccontato la sua esperienza famigliare:
"Siamo una famiglia con 6 figli, che oramai sono grandi. Quando si è trattato di farli crescere, (ai tempi non ero assessore) sia io che mia moglie facevamo gli insegnanti".
Per loro è stata dura ma ce l'hanno fatta. "Serve la coscienza di un disegno più grande che ti accompagna, la coscienza di appartenere ad una storia" ha dichiarato l'assessore. "Purtroppo, la cultura del nostro Paese non ha la consapevolezza del ruolo della famiglia. Ne conseguono politiche zoppicanti".
Ma come? L'Italia non è consapevole dell'importanza della famiglia? Ma se all'estero ci immaginano sempre seduti intorno a tavole imbandite con tanto di nonni, cugini, zii e parenti che si ritrovano ad ogni ricorrenza per il piacere di stare insieme e con il desiderio di essere uniti? Non siamo famosi al mondo per il nostro stretto legame con mamma e papà, con i nostri figli che non vediamo l'ora di riabbracciare non appena trascorrono un periodo all'estero lontano dalle nostre cure?
Siamo sicuri che le famiglie italiane siano portatrici di questi beni relazionali di cui parla la professoressa Scabini?
Non aveva forse ragione il politologo dell'Università di Chicago, Edward Banfield, quando insieme alla sua di famiglia, decise di trasferirsi in Italia per un anno, a Montegrano, in Basilicata, per studiare le cause dell'arretratezza del Mezzogiorno.
Banfield allora, riferendosi alla situazione italiana, uscì con il termine "familismo amorale": "In una società basata sul familismo amorale, nessuno collabora e si fida degli altri perché nessuno si aspetta che gli altri lo facciano e, offrire collaborazione e fiducia, significa la certezza di essere truffati. A nessuno, individualmente, conviene cambiare atteggiamento, a meno che non lo facciano anche gli altri e con la certezza che nessuno continui negli atteggiamenti truffaldini".
Le conseguenze di questo sistema sono devastanti per l'economia e la società soprattutto perché impediscono la gestione efficiente dei beni pubblici fruibili da tutti, che favorirebbero la crescita economica e sociale di un paese, conclude lo studioso americano.
Viva la famiglia, dunque. Ma quella portatrice di un valore relazionale che attualmente scarseggia in Italia: IL BENE COMUNE. C'e' ancora qualcuno disposto a insegnarlo anche a costo di dover mettere in discussione il principio del familismo amorale?
Nessun commento:
Posta un commento