Intervista a Loredana Zecchin, ostetrica presso l'Ospedale San Gerardo di Monza e cofondatrice dell'Associazione Ostetriche Felicita Merati
La notte del travaglio mi trovavo distesa su un lettino in ospedale. Mi si erano rotte le acque e quindi, per legge, non potevo tornare a casa. Sentivo aumentare le contrazioni ma non ero ancora dilatata abbastanza. Mio marito intanto, dopo avermi salutato con un bacio, era andato a dormire in macchina. Per legge, non poteva rimanere al mio fianco durante la notte. Per fortuna che ogni tanto arrivava un'infermiera ad accarezzarmi il viso.
In quella situazione di disagio e solitudine ho desiderato tanto non essere li', ho sognato di partorire come facevano una volta le nostre nonne, nell'intimità di casa mia.
Dott.ssa Zecchin, perchè il parto è trattato alla pari di una patologia?
"E' un problema di scelta medico-sanitaria. Quando una donna travaglia in ospedale, la prassi esige che la monitorizzi, la visiti regolarmente, acceleri i tempi del travaglio con una flebo.
In realtà il parto è un evento naturale che accade da solo, ma lo devi favorire, accompagnando la donna, aiutandola a sentirsi a proprio agio. Purtroppo manca ancora questa cultura.
Tutta la letteratura medica dimostra che una donna in travaglio, per stare bene, deve essere seguita singolarmente, deve poter mangiare e bere, deve essere libera di muoversi in un ambiente creato apposta per lei, dove può scegliere se passeggiare o sedersi in poltrona, se entrare in vasca o sdraiarsi. Per partorire insomma non è necessario un lettino da parto. Quando il travaglio è in fase attiva, per favorirlo e alleviare la fatica si può ricorrere ai massaggi, all'uso della voce per i vocalizzi, all'acqua calda.
Negli ospedali ci sono ostetriche che sono ben consapevoli del bisogno di fisiologia ma dovendo lavorare in un contesto sfavorevole, con il tempo si adeguano.
L'ostetrica che fa l'episiotomia alla paziente, anche se potrebbe non servire, è considerata una brava ostetrica, perché operativa. Quella invece che agisce, considerando prioritario il rispetto dell'integrità tessutale, che pazientemente massaggia la partoriente, le fa impacchi caldi, la coccola, viene considerata meno professionale".
E questo succede anche negli ospedali più rinomati?
"Oggigiorno il parto avviene in un ambiente che non è adeguato a supportare la fisiologia. Travagliare senza un'ostetrica dedicata e senza privacy non è una situazione ideale per una donna che deve dare alla luce un figlio.
Molti ospedali italiani oramai dispongono anche di vasche, ma le statistiche dicono che i parti in acqua sono vicini allo zero, vuoi per problemi tecnici (es. i filtri non funzionano), vuoi per insicurezza del personale".
Cosa può comportare in una donna e nel bambino l'utilizzo dell'epidurale?
"L'epidurale è una procedura medicalmente valida. Si conoscono i suoi benefici ed effetti collaterali. Per molti operatori nel positivo rientra il fatto che in analgesia la donna è silenziosa, non chiede, non disturba, è misurabile. Si utilizza una comparazione numerica per descrivere l'intensità del dolore. La componente emotiva viene annullata, non c'è alcun coinvolgimento, non si vive l'evento con totalità. Ma il bambino poi chiede questa cosa quando lo incontri, una mamma che sia partecipe, compassionevole, che sia attenta. Non ti chiede di misurare ma di esserci, indipendentemente da tutto. Già succede che le donne cresciute nella nostra cultura non sono più capaci di stare sole e a lungo con i loro bambini. Sono giudicate sbagliate. E si aiutano somministrando loro farmaci contro la depressione post-parto. Con la medicalizzazione tutto viene disattivato lentamente, si destruttura la persona, perché non si rende valore alla conoscenza di sè, alla propria sensibilità.
Ma fa bene a un bimbo nascere in fretta, con un battito affaticato? Gli/le fa bene che venga portato via per le prime cure e per essere confortato della fatica di una nascita veloce? O forse è meglio che nasca lentamente, che possa adattarsi e che stia da subito con la sua mamma? E' come se non si capisse che una cosa non necessariamente deve essere breve o snaturata per essere buona".
Ma allora l'epidurale non andrebbe usata mai?
"Se per la donna non vi è nessuna alternativa di benessere perchè no. Non bisogna estremizzare per cui "tutto naturale o tutto medicalizzato". Piuttosto, bisogna creare le condizioni per cui la donna possa vivere in maniera serena il momento del travaglio e del parto.
Il punto sta nell'accorgersi che l'organismo di una donna è capace. Che non è solo un insieme di organi, ma è una persona con la sua storia e sensibilità. Chi ti sta vicino deve avere in mente te come persona e non solo te come corpo da curare. L'ostetrica in questo senso potrebbe fare molto".
Le donne straniere che partoriscono in Italia come reagiscono alla possibilità di un'epidurale?
"Nel momento in cui la donna straniera arriva e vede che c'è la possibilità di fare l'epidurale, non ha problemi a farla. Se decide di non farla è perché magari ha un'amica che a causa di un'epidurale ha sofferto di cefalea o ha dovuto mettere il catetere (una complicanza non così rara) o addirittura è finita sulla sedia a rotelle (caso molto raro). Tra loro la diffusione di notizie di informazioni reali fa fatica a passare per la difficoltà della lingua, vale ancora molto il tam tam".
Quale dovrebbe essere il compito dell'ostetrica e del ginecologo?
"La fisiologia del parto è conosciuta dall'ostetrica e molto meno dal ginecologo. L'ideale sarebbe che il ginecologo seguisse le situazioni di rischio.
Di fatto la gravidanza non essendo una malattia, non va curata ma va accompagnata, anche attraverso un corso preparto che possa aiutare la donna a conoscere il proprio corpo e a capire che gli strumenti per affrontare un travaglio e un parto sono intrinsechi nella sua natura".
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