"...Così sono diventate soprattutto le italiane: madri sempre più vecchie, sempre più colte e sature di informazioni captate dal passaparola e su internet e in genere poco disposte a partorire soffrendo".
Un articolo dello scorso 7 ottobre dal titolo "Babele in sala parto" pubblicato sul mensile IL del Sole 24Ore (www. http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-10-07/babele-sala-parto-195734.shtml?uuid=Aazj4uAE) racconta cosa succede nelle sale parto degli ospedali italiani descrivendo i diversi atteggiamenti e usanze delle madri italiane e straniere.
"A vedere le neomamme uscire dagli ospedali con i nuovi nati negli ovetti della Chicco", scrive la giornalista, "verrebbe da pensare che nascere sia oggi più o meno uguale per italiani e stranieri...ma così non è".
Da una parte vi è una maggioranza di donne straniere molto giovani che partoriscono, diciamo così "spontaneamente" senza troppi problemi (secondo quanto riportato dall'articolo, le rom riescono addirittura a "massaggiarsi e a dilatarsi manualmente da sole mostrando una conoscenza approfondita del proprio corpo") dall'altra vi è una minoranza di mamme italiane preoccupate di partorire neonati senza difetti e non più disposte a soffrire.
Per non parlare dei papà italiani. Dal quadro impietoso che emerge dal racconto, gli italiani appaiono rincitrulliti dalle nuove tecnologie che utilizzano per immortalare l'atto di nascita e per postare su Facebook.
Sebbene mi consideri apolide e cosmopolita, essendo sulle carte italiana con più di 30 anni, rientrerei nella categoria delle mamme "sfigate" che fanno i figli tardi e che rompono le scatole ai medici perchè vogliono il cesareo.
Ma così non è. Sono forse l'eccezione? Non penso proprio.
E' vero, ho avuto il primo figlio a 34 anni. Ma a parte questo, non mi ritengo eccessivamente colta, nè facilmente influenzabile dalle letture su internet, non ho programmato la mia gravidanza e soprattutto ho partorito in modo naturale, soffrendo per 11 ore, senza mai chiedere un'alternativa più veloce e indolore.
Non ho nemmeno l'ovetto della Chicco! Il passeggino di Leonardo è di seconda mano e di una marca abbastanza sconosciuta. Di questi tempi si risparmia... .
Ritengo di conoscere il mio corpo abbastanza bene, soprattutto ho imparato a gestirlo nel momento del dolore, grazie all'eccellente corso preparto organizzato dall'associazione ostetriche Felicita Merati di via Arese a Milano e a cui hanno partecipato tante mamme (molte di loro hanno superato i 30 ma se le guardi pensi che potrebbero averne 20 di anni).
Una volta i figli si facevano presto. Oggi è un pò diverso: dai 18 ai 25 anni circa, si è presi con gli studi universitari. Dai 25 ai 30 circa, la donna italiana è tutta preoccupata di impostare un percorso di carriera (con annesse e connesse esperienze di lavoro all'estero) che verrà inevitabilmente bloccato o comunque ostacolato (se rimane in Italia) una volta messi al mondo i figli.
L'articolo di IL conclude sostenendo che la maggior parte degli stranieri, una volta varcata la soglia dell'ospedale, vivrà situazioni di esclusione sociale.
Eppure io conosco madri straniere di origini umili inserite perfettamente nel tessuto sociale italiano.
Piuttosto che dire di un'altra forma di esclusione sociale, una vera e propria mortificazione nei confronti di quella generazione di giovani italiani (me compresa) che hanno investito tempo e e denaro in studi e che a 35 anni si ritrovano con uno stipendio di 1000 euro al mese? E che nonostante questo rischiano ancora mettendo su famiglia e facendo figli?
sabato 5 novembre 2011
mercoledì 26 ottobre 2011
A TU PER TU CON UNO SCONOSCIUTO
Lo scorso 4 ottobre sono stata invitata ad intervenire all'incontro "L'allattamento, un modo di dirsi ti voglio bene" organizzato dalla facoltà di medicina e chirurgia dell'Università Bicocca.
Ho accettato con piacere l'invito a raccontare la mia esperienza di allattamento, ma poi mi sono detta: "Cosa dico e da dove inizio?".
Ero un pò combattuta perché proprio in quei giorni Leonardo mi stava mettendo a dura prova con poppate eterne e dolorose. Non riuscivo insomma a cogliere la magia di questa esperienza umana.
Cosa significa allattare? E' soprattutto una gioia o una fatica?
(Penso che al di là di tutto, dovremmo essere oneste con noi stesse, e dire senza vergogna e sensi di colpa cosa predomina in noi in alcuni momenti della nostra giornata, non credete, mamme? Vi è mai capitato, ad esempio, di sentirvi una "mucca da latte?").
Per me allattare significa osservare, scrutare da vicino la personalità di Leonardo, i suoi tratti caratteriali.
Sono veramente buffe le sue espressioni facciali mentre è concentrato nell'attività di suzione e dopo aver terminato "l'opera". Sorride sempre, ad occhi chiusi, una volta finita la poppata, come a dire "che bella mangiata". E' decisamente un buongustaio.
Il suo odore, il suo faccino, le manine con le unghiette da limare, i suoi piedini lunghi e magri, tutto di lui concorre a farmi innamorare sempre più.
Ci vogliono tante energie per allattare, specialmente quando la cadenza è ogni due ore, sia di giorno che di notte.
Una cosa di cui ero un pò spaventata all'inizio era quella di dover allattare in pubblico, in giro per la città senza trovare strutture accoglienti pensate per mamme che allattano e che devono cambiare il pannolino al bimbo.
Milano non è a misura di bimbo e nemmeno di mamma/gestante! Probabilmente non lo sarà mai, considerando il basso tasso di natalità, e molti altri fattori... .
Appurato questo dato di fatto, se inizialmente rimanevo "segregata" in casa ad allattare, deprimendomi un pò perché mi sentivo tagliata fuori dall'ambito professionale e dai rapporti sociali, dopo un pò ho capito che era tempo di uscire e di affrontare questa condizione difficile, senza esitazioni.
Ora allatto ovunque mi trovi con disinvoltura!
Penso che allattare sia un modo per dire al proprio bambino "Ci sono, sono qua per te, puntualmente. La tua mamma non ti dimenticherà mai".
Ho accettato con piacere l'invito a raccontare la mia esperienza di allattamento, ma poi mi sono detta: "Cosa dico e da dove inizio?".
Ero un pò combattuta perché proprio in quei giorni Leonardo mi stava mettendo a dura prova con poppate eterne e dolorose. Non riuscivo insomma a cogliere la magia di questa esperienza umana.
Cosa significa allattare? E' soprattutto una gioia o una fatica?
(Penso che al di là di tutto, dovremmo essere oneste con noi stesse, e dire senza vergogna e sensi di colpa cosa predomina in noi in alcuni momenti della nostra giornata, non credete, mamme? Vi è mai capitato, ad esempio, di sentirvi una "mucca da latte?").
Per me allattare significa osservare, scrutare da vicino la personalità di Leonardo, i suoi tratti caratteriali.
Sono veramente buffe le sue espressioni facciali mentre è concentrato nell'attività di suzione e dopo aver terminato "l'opera". Sorride sempre, ad occhi chiusi, una volta finita la poppata, come a dire "che bella mangiata". E' decisamente un buongustaio.
Il suo odore, il suo faccino, le manine con le unghiette da limare, i suoi piedini lunghi e magri, tutto di lui concorre a farmi innamorare sempre più.
Ci vogliono tante energie per allattare, specialmente quando la cadenza è ogni due ore, sia di giorno che di notte.
Una cosa di cui ero un pò spaventata all'inizio era quella di dover allattare in pubblico, in giro per la città senza trovare strutture accoglienti pensate per mamme che allattano e che devono cambiare il pannolino al bimbo.
Milano non è a misura di bimbo e nemmeno di mamma/gestante! Probabilmente non lo sarà mai, considerando il basso tasso di natalità, e molti altri fattori... .
Appurato questo dato di fatto, se inizialmente rimanevo "segregata" in casa ad allattare, deprimendomi un pò perché mi sentivo tagliata fuori dall'ambito professionale e dai rapporti sociali, dopo un pò ho capito che era tempo di uscire e di affrontare questa condizione difficile, senza esitazioni.
Ora allatto ovunque mi trovi con disinvoltura!
Penso che allattare sia un modo per dire al proprio bambino "Ci sono, sono qua per te, puntualmente. La tua mamma non ti dimenticherà mai".
lunedì 24 ottobre 2011
UN GIORNO PER CASO
Da quando è arrivato Leonardo rincorro il tempo. A parte le notti bianche che ogni tanto ritornano nere, nel senso che riesco a dormire, la mia giornata scorre a ritmo di poppate, cacche e coccole. Negli intermezzi scrivo, mentre Leonardo dorme sulla comoda ciambella ovattata avvinghiata intorno al mio basso vita.
Capita che quando penso di aver preso il giusto ritmo, quando tutto questo indaffararsi prende la forma di una routine assodata, arriva il fatto inaspettato, straordinariamente bello.
Ricordo il dolore durante il travaglio che arrivava come un'onda da lontano. Al suo avvicinarsi mi preparavo a saltarla, come se stessi surfando. Mi sentivo in un'altra dimensione.
Tutte le volte che superavo l'onda, era una piccola vittoria; la potenza delle acque non mi travolgeva. Non ricordo più esattamente la dinamica del dolore che mi assaliva ogni cinque minuti, nè ricordo da dove partiva. So solo che ogni volta era una sfida da affrontare. Undici ore cosi'.
Avrei potuto piangere, urlare, maledire qualcosa o qualcuno. In qualche modo hai bisogno di esternare il tormento. Pensi di rimanerci secca. Io facevo le vocalizzazioni: "AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA". Dopo 20 secondi lo "tsunami" passava e mi addormentavo per cinque minuti.
Questa mattina Leonardo mi ha salutato sorridendo ed emettendo lo stesso identico suono: "AAAAAAAAAAAA". Che strana coincidenza... .
Capita che quando penso di aver preso il giusto ritmo, quando tutto questo indaffararsi prende la forma di una routine assodata, arriva il fatto inaspettato, straordinariamente bello.
Ricordo il dolore durante il travaglio che arrivava come un'onda da lontano. Al suo avvicinarsi mi preparavo a saltarla, come se stessi surfando. Mi sentivo in un'altra dimensione.
Tutte le volte che superavo l'onda, era una piccola vittoria; la potenza delle acque non mi travolgeva. Non ricordo più esattamente la dinamica del dolore che mi assaliva ogni cinque minuti, nè ricordo da dove partiva. So solo che ogni volta era una sfida da affrontare. Undici ore cosi'.
Avrei potuto piangere, urlare, maledire qualcosa o qualcuno. In qualche modo hai bisogno di esternare il tormento. Pensi di rimanerci secca. Io facevo le vocalizzazioni: "AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA". Dopo 20 secondi lo "tsunami" passava e mi addormentavo per cinque minuti.
Questa mattina Leonardo mi ha salutato sorridendo ed emettendo lo stesso identico suono: "AAAAAAAAAAAA". Che strana coincidenza... .
lunedì 17 ottobre 2011
LE NOTTI BIANCHE
Sono entrata ufficialmente nel mondo della notte! Evviva! Non quello fatto di sbronze, discoteche, birra, concerti, incontri con amici, ma quello delle mamme.
Passo le notti ad allattare (ogni due ore) Leonardo. A volte trascorro le ore notturne passeggiando per la stanza mentre lui, con gli occhi sbarrati osserva i quadri appesi ai muri, come un vero intenditore.
Leonardo è nato il 28 agosto. Due giorni prima delle nascita, gli avevo ricordato, dalle pagine di questo blog, che la mamma era pronta ad accoglierlo, anche se la data del termine non era ancora stata superata. Ero pronta, sul serio. Sembrava non ci fosse piu' nessun motivo per aspettare. E lui non si è fatto desiderare. E' nato con 3 settimane di anticipo.
Ho mille ricordi ed emozioni del lungo travaglio e dell'incredibile esperienza del parto. Dovrei scrivere ogni giorno, per non lasciarli scorrere via. Let's try!
Passo le notti ad allattare (ogni due ore) Leonardo. A volte trascorro le ore notturne passeggiando per la stanza mentre lui, con gli occhi sbarrati osserva i quadri appesi ai muri, come un vero intenditore.
Leonardo è nato il 28 agosto. Due giorni prima delle nascita, gli avevo ricordato, dalle pagine di questo blog, che la mamma era pronta ad accoglierlo, anche se la data del termine non era ancora stata superata. Ero pronta, sul serio. Sembrava non ci fosse piu' nessun motivo per aspettare. E lui non si è fatto desiderare. E' nato con 3 settimane di anticipo.
Ho mille ricordi ed emozioni del lungo travaglio e dell'incredibile esperienza del parto. Dovrei scrivere ogni giorno, per non lasciarli scorrere via. Let's try!
venerdì 26 agosto 2011
ASPETTANDO LEONARDO
Ci siamo. La borsa per l'ospedale l'ho preparata con largo anticipo. Non si sa mai. E' tempo di vacanze estive e sapendo che non sarei rimasta a Milano ad agosto ho pensato di procurarmi tutto il necessario per il ricovero in ospedale (che espressione terrificante per una donna che deve sottostare all'atto più naturale del mondo!): pigiami, ciabatte e vestaglia da camera (quest'ultime, mai indossate in vita mia!) le tutine per Leonardo, il mio sapone preferito, quello alla lavanda, un pò di indumenti intimi.
So già che durante i giorni del ricovero non mi separerò dal mio iPad, dai libri e dalla musica.
Al corso preparto l'ostetrica ce lo ha raccomandato: "portate con voi le cose che vi fanno stare bene, compratevi del cioccolato o la nutella da mangiare durante il travaglio".
Wow! E io che già mi immaginavo sdraiata supina su un letto bianco con camicetta da notte a fiorellini (quelle che ho sempre detestato, insomma) in una sala con luci a neon e un'equipe di medici che mi dicono di spingere forte mentre soffro e sudo come un cane. Mentre il mio iPad non si trova e io non posso mangiare la nutella, tantomeno bere un bicchiere di prosecco, mentre mio marito mi guarda con occhi supplicanti incoraggiandomi "dai tieni duro".
Un vero incubo. Mi sembra di aver sognato questa scena l'altra notte. Donne che urlano dal dolore durante il travaglio, medici stressati e un pò seccati perché non sei brava abbastanza a resistere al dolore, perchè con i tuoi urli scocci un pò.
Più che mettere al mondo un essere umano, sembrava di espellere un mostro dal proprio corpo. Tutti non vedono l'ora che finisca questa tragedia insopportabile.
E se questo "alieno" non volesse uscire per vie naturali, si passa abbastanza in fretta alle forbici, a quella che è una vera e propria operazione chirurgica.
E' il mio sogno che me lo dice, ma non solo. Pare che in diversi ospedali la modalità per far nascere i bambini, sia divenuta con il tempo una fredda performance medica.
"Se non vuoi soffrire, con il parto naturale, fatti fare l'epidurale" mi ha consigliato qualche mese fa una signora giovane. Povera, lei ha tenuto in grembo per 9 mesi un bimbo che diventava sempre più ingombrante. Così minuta e fragile sostiene che non ce l'avrebbe mai fatta a far uscire quel testone enorme che aveva il suo bambino. Ma vuoi che la natura giochi questi brutti scherzi?
"Prenotala in tempo l'epidurale, perché non è detto che trovi posto" mi aveva consigliato la giovane mamma.
E' il progresso della scienza, baby. Non vuoi soffrire, è un tuo diritto, basta dirlo e un medicinale te lo impedirà. Vedrai tuo figlio nascere senza provare dolore. Almeno nell'immediato. Gi effetti collaterali, secondo una corrente di pensiero diffusa tra una nicchia di ostetriche ed esperti medici, gli scoprirai cammin facendo, nel corso delle ore successive e probabilmente, nel corso degli anni.
Ma io non voglio assicurarmi nessuna garanzia di non-sofferenza. Parola di una che ha visto il dolore passare attraverso la sua vita soltanto di sfuggita. E qui lo dichiaro con fare coraggioso: Voglio vivermela tutta questa sofferenza e fatica da parto.
Forse sono ingenua, non so cosa mi aspetta. Sento che sto andando incontro a quello che per molti è un supplizio, con atteggiamento sbarazzino, come quando in passato rischiando un'impresa difficile, sentivo i brividi scivolarmi lungo la schiena. Qualcuno sostiene ancora che la sofferenza faccia crescere umanamente. Faccia diventare delle mamme migliori. Per crederci, non devi essere sadico, basta fidarsi; almeno secondo me. E' come intraprendere un viaggio verso l'ignoto, sapendo che al ritorno le condizioni saranno diverse, la situazione sarà decisamente mutata, e tu sarai provata e cambiata da questa grande avventura.
La mia valigia è pronta. Sul biglietto di andata del mio sogno c'è scritto: "Viaggio verso la nascita di una nuova vita". Non so ancora gli orari di partenza nè di arrivo. So per certo che al ritorno avrò tra le braccia un esserino da accudire per i prossimi 18 anni, fino a quando cioè, spiccherà il volo verso il suo destino. La mia insegnante di yoga, un giorno, me l'ha detto a lezione: il tuo compito sarà quello di accompagnarlo nella strada verso il suo destino. Non potrai fare altro.
In attesa di scoprire quando sarà la data definitiva di partenza, quando mio marito mi farà salire in macchina di corsa, emozionato, e io, mi immagino, spaventata dalle forte contrazioni sentirò che è arrivato il tempo del terrificante "ricovero", mi sono concessa una breve vacanza estiva a S.....(località montana bergamasca) con in mente un pò di suggestive immagini di insonnia, di sclero, di paura, connesse con il periodo post-parto, contestualizzandole in un mondo complesso, incerto, crudele.
Qualcuno la proietta davanti ai tuoi occhi proprio così la grande avventura umana della nascita e una sottile punta di cinismo rischia di perforare la tua pelle non lasciandoti più.
Del resto, a forza di sentire commenti disillusi, anche la più accanita Candy Candy qualche riflessione negativa la matura nel corso degli anni.
Ad esempio, scambiare due parole con la cassiera al supermercato potrebbe diventare rischioso per il tuo benessere psicofisico.
Il mio pancione da spesso adito a commenti, consigli, raccomandazioni, da parte di chi è già passato lungo quella strada intricata. La frase della cassiera, tra le più gettonate e talvolta inquietanti pronunciata in questi mesi è stata: "Riposati ora, goditi la gravidanza, perchè poi non dormi più!!"
Fantastico scenario. Proprio io che dormirei tutti i giorni fino a mezzogiorno, e che se la sveglia suona prima delle 8, rischio di avere il malditesta tutto il giorno.
Ma passiamo alla seconda frase: "Fin tanto che son piccoli sono così graziosi, ma poi quando diventano adolescenti, sembra di camminare in salita, più crescono più diventa difficile gestirli".
E poi, le previsioni per i prossimi dieci anni: "Non uscirai più, altro che teatro, cinema, uscite con gli amici, cene fuori, niente viaggi all'estero, a meno che tu sia benestante", ovvero, moglie di un calciatore o di un grosso imprenditore.
Qualcuno ogni tanto può sforzarsi di dire perché vale la pena fare figli? Altrimenti mi tappo le orecchie. Meglio non saperle certe cose.
A proposito di certe cose, bada bene che: "Certe cose non le potrai più fare".
E chi se ne frega. Ne faremo delle altre.
Arrivo a S..... dopo una serie di tornanti da maldipancia, e fortunatamente ci lasciamo alle spalle l'afa insopportabile di Milano. Più mi avvicino a destinazione, più l'appetito cambia. Appena giungo a 900 metri di altitudine iniziano a venirmi le voglie di formaggio, pane e salame, quando invece un'ora prima in viale Monza volevo solo bere un frullato congelato.
La stagione è decisamente alta qui a S.....: le case in affitto hanno prezzi alle stelle, le strade sono affollate di anziani, di famiglie con bambini piccoli.
E' un susseguirsi di pizzerie, alberghi, pasticcerie, gelaterie, casette di montagna, le botteghe dei macellai e dei panettieri, il bazar di articoli per la casa.
I centri commerciali, i fast food e i sexy shop non hanno ancora fatto breccia. Sembra un pò l'Italia di 30 anni fa.
Qui il macellaio diventa facilmente tuo consulente di fiducia. Non ha ancora deciso di fregarti, preferisce fidelizzarti, regalandoti magari un osso per il bollito, così che il tuo brodo di pollo diventi ancora più saporito e tu, la prossima volta, ti ricorderai di lui. Ha sempre il sorriso sulle labbra, le guance rosee e lo sguardo rilassato. Se aggiunge troppe bistecche al pacchetto, ti avvisa, ed è subito pronto a togliertene qualcuna se il peso è eccessivo. Quando torni vuole sapere com'era la carne, e passando per il bancone dei formaggi sa consigliarti quelli adatto alle donne incinta: formaggi tipici affumicati al posto di quelli freschi locali, tutti comunque ottimi.
La vita a S..... ruota intorno alle botteghe, alle case di villeggiatura, agli alberghi pieni di anziani, ai parchetti con giochi per bambini, alla parrocchia, e al suo piccolo cinema, dove non mancano i cineforum. Un prete giovane della parrocchia, con un simpatico accento bergamasco analizza e commenta puntigliosamente davanti ad un pubblico di terza età, "The tree of Life" il nuovo film di Terrence Malik. In una libreria, un antiquario milanese mostra ad un pubblico colto, i libri illustrati di Oscar Wilde.
Con l'imbrunire la temperatura si abbassa, le saracinesche delle botteghe pure, mentre i turisti proseguono le loro tranquille passeggiate per il centro con il maglioncino di cotone appoggiato sulle spalle, quello che tanto irrita mio marito.
"Andiamocene che mi viene il nervoso", esclama a bassa voce. Se penso a come questa moda-abitudine del maglioncino sulle spalle sia il segno contraddistintivo del turista "born in Italy" a New York, mi viene da sorridere.
Lo riconosci subito l'italiano che passeggia mentre cammina lungo la Fifth Avenue, con marsupio e pullover rigorosamente sulle spalle, in caso tirasse dell'arietta.
S......, che ospita una buona fetta di milanesi per bene è decisamente terra di polo e pullover, i cui bordi delle maniche, se proprio vuoi sembrare distinto, sono avvolti l'uno sull'altro in un nodo raffinato, così che il look nel suo insieme appaia ben ordinato. E' il simbolo del perbenismo per eccellenza. Brave persone, a modo, che passeggiano con il cono gelato. Brave mamme e bravi papà, brave nonne e bravi nonni, posati.
Blu, rosso, beige, tendenzialmente il pullover è in tinta unita. Lo si porta a tutte le età in Italia, a parte mio marito che preferisce piuttosto prendersi tutta l'arietta serale pur di non appoggiarlo sulle spalle.
Me lo vedo. Lui, sarà un padre con i jeans stracciati, e le t-shirt scolorite, quegli indumenti che i nostri genitori ci hanno sempre sconsigliato di indossare, perchè non adeguati ad un contesto serio. Qui a S......, tradizionalista località bergamasca, come in tante altre località italiane, indossare indumenti stracciati è segno di non poca serietà e responsabilità (e meno male, aggiungo io).
E poi chi l'avrebbe detto che anche il gioco del biliardo si stesse estinguendo. L'altra sera, mentre il piccolo Leonardo faceva le prove generali per uscire, con calci e movimenti insoliti alquanto maldestri, ho proposto a mio marito di andare a giocare a biliardo in un bar. In tutta S......, non ne abbiamo trovato uno. Solo ad A......., una frazione limitrofa, siamo riusciti a trovarne uno in un bar gelateria. In realtà offriva soltanto il gioco delle stecche o delle bocce.
Una coppia di mezza età, seduta alle slot machine, ogni tanto ci osserva curiosa, altre persone sedute ai tavolini attendono l'ordinazione. Noi intanto giochiamo a bocce.
Arriva un vecchietto. Con espressione sorridente e il volto rugoso ci osserva. Sembra un intenditore. "Vuole giocare? Gli chiediamo. "No, no, volevo solo guardarvi" risponde. Dal volto sembra un esperto. Dopo un pò decidiamo di andarcene. Se fossimo rimasti a lungo, l'anziano signore avrebbe probabilmente incominciato a commentare le nostre partite e a darci suggerimenti. Era tutto solo però. Gli altri suoi coetanei sono incollati davanti allo schermo della tv a guardare la partita di calcio.
Le vacanze a S...... sono scandite dai tocchi delle campane che alla domenica ti ricordano ancora, se ci tieni, di andare a messa. Il giorno di Ferragosto in una piccola parrocchia il prete, molto anziano e decisamente vispo, racconta di aver seguito tutti i telegiornali, ma scandalizzato, ha dovuto riscontrare che nessuno di questi rimandava al significato religioso di Ferragosto. "50 anni fa tutti sapevano che il 15 di agosto era la Festa dell'Assunta". E giù ad inveire contro chi in chiesa non ci va più. "Manca la fede!" esclama.
Leonardo reagisce. Forse non è d'accordo. Sgambetta forte.
Torniamo a casa. Appena mi tolgo le scarpe sento un forte dolore al basso ventre. Una scossa elettrica all'interno coscia mi coglie impreparata. Aiuto, sta arrivando lo tsunami del dolore. Quando meno te lo aspetti, ti sorprende. Respiro profondamente, il ventre si indurisce come un'anguria, mi siedo sul divano e attendo. Mancano tre settimane alla scadenza del termine.
"Leonardoooooo", urlo alle montagne. "Sono qua che ti aspettooooo!".
So già che durante i giorni del ricovero non mi separerò dal mio iPad, dai libri e dalla musica.
Al corso preparto l'ostetrica ce lo ha raccomandato: "portate con voi le cose che vi fanno stare bene, compratevi del cioccolato o la nutella da mangiare durante il travaglio".
Wow! E io che già mi immaginavo sdraiata supina su un letto bianco con camicetta da notte a fiorellini (quelle che ho sempre detestato, insomma) in una sala con luci a neon e un'equipe di medici che mi dicono di spingere forte mentre soffro e sudo come un cane. Mentre il mio iPad non si trova e io non posso mangiare la nutella, tantomeno bere un bicchiere di prosecco, mentre mio marito mi guarda con occhi supplicanti incoraggiandomi "dai tieni duro".
Un vero incubo. Mi sembra di aver sognato questa scena l'altra notte. Donne che urlano dal dolore durante il travaglio, medici stressati e un pò seccati perché non sei brava abbastanza a resistere al dolore, perchè con i tuoi urli scocci un pò.
Più che mettere al mondo un essere umano, sembrava di espellere un mostro dal proprio corpo. Tutti non vedono l'ora che finisca questa tragedia insopportabile.
E se questo "alieno" non volesse uscire per vie naturali, si passa abbastanza in fretta alle forbici, a quella che è una vera e propria operazione chirurgica.
E' il mio sogno che me lo dice, ma non solo. Pare che in diversi ospedali la modalità per far nascere i bambini, sia divenuta con il tempo una fredda performance medica.
"Se non vuoi soffrire, con il parto naturale, fatti fare l'epidurale" mi ha consigliato qualche mese fa una signora giovane. Povera, lei ha tenuto in grembo per 9 mesi un bimbo che diventava sempre più ingombrante. Così minuta e fragile sostiene che non ce l'avrebbe mai fatta a far uscire quel testone enorme che aveva il suo bambino. Ma vuoi che la natura giochi questi brutti scherzi?
"Prenotala in tempo l'epidurale, perché non è detto che trovi posto" mi aveva consigliato la giovane mamma.
E' il progresso della scienza, baby. Non vuoi soffrire, è un tuo diritto, basta dirlo e un medicinale te lo impedirà. Vedrai tuo figlio nascere senza provare dolore. Almeno nell'immediato. Gi effetti collaterali, secondo una corrente di pensiero diffusa tra una nicchia di ostetriche ed esperti medici, gli scoprirai cammin facendo, nel corso delle ore successive e probabilmente, nel corso degli anni.
Ma io non voglio assicurarmi nessuna garanzia di non-sofferenza. Parola di una che ha visto il dolore passare attraverso la sua vita soltanto di sfuggita. E qui lo dichiaro con fare coraggioso: Voglio vivermela tutta questa sofferenza e fatica da parto.
Forse sono ingenua, non so cosa mi aspetta. Sento che sto andando incontro a quello che per molti è un supplizio, con atteggiamento sbarazzino, come quando in passato rischiando un'impresa difficile, sentivo i brividi scivolarmi lungo la schiena. Qualcuno sostiene ancora che la sofferenza faccia crescere umanamente. Faccia diventare delle mamme migliori. Per crederci, non devi essere sadico, basta fidarsi; almeno secondo me. E' come intraprendere un viaggio verso l'ignoto, sapendo che al ritorno le condizioni saranno diverse, la situazione sarà decisamente mutata, e tu sarai provata e cambiata da questa grande avventura.
La mia valigia è pronta. Sul biglietto di andata del mio sogno c'è scritto: "Viaggio verso la nascita di una nuova vita". Non so ancora gli orari di partenza nè di arrivo. So per certo che al ritorno avrò tra le braccia un esserino da accudire per i prossimi 18 anni, fino a quando cioè, spiccherà il volo verso il suo destino. La mia insegnante di yoga, un giorno, me l'ha detto a lezione: il tuo compito sarà quello di accompagnarlo nella strada verso il suo destino. Non potrai fare altro.
In attesa di scoprire quando sarà la data definitiva di partenza, quando mio marito mi farà salire in macchina di corsa, emozionato, e io, mi immagino, spaventata dalle forte contrazioni sentirò che è arrivato il tempo del terrificante "ricovero", mi sono concessa una breve vacanza estiva a S.....(località montana bergamasca) con in mente un pò di suggestive immagini di insonnia, di sclero, di paura, connesse con il periodo post-parto, contestualizzandole in un mondo complesso, incerto, crudele.
Qualcuno la proietta davanti ai tuoi occhi proprio così la grande avventura umana della nascita e una sottile punta di cinismo rischia di perforare la tua pelle non lasciandoti più.
Del resto, a forza di sentire commenti disillusi, anche la più accanita Candy Candy qualche riflessione negativa la matura nel corso degli anni.
Ad esempio, scambiare due parole con la cassiera al supermercato potrebbe diventare rischioso per il tuo benessere psicofisico.
Il mio pancione da spesso adito a commenti, consigli, raccomandazioni, da parte di chi è già passato lungo quella strada intricata. La frase della cassiera, tra le più gettonate e talvolta inquietanti pronunciata in questi mesi è stata: "Riposati ora, goditi la gravidanza, perchè poi non dormi più!!"
Fantastico scenario. Proprio io che dormirei tutti i giorni fino a mezzogiorno, e che se la sveglia suona prima delle 8, rischio di avere il malditesta tutto il giorno.
Ma passiamo alla seconda frase: "Fin tanto che son piccoli sono così graziosi, ma poi quando diventano adolescenti, sembra di camminare in salita, più crescono più diventa difficile gestirli".
E poi, le previsioni per i prossimi dieci anni: "Non uscirai più, altro che teatro, cinema, uscite con gli amici, cene fuori, niente viaggi all'estero, a meno che tu sia benestante", ovvero, moglie di un calciatore o di un grosso imprenditore.
Qualcuno ogni tanto può sforzarsi di dire perché vale la pena fare figli? Altrimenti mi tappo le orecchie. Meglio non saperle certe cose.
A proposito di certe cose, bada bene che: "Certe cose non le potrai più fare".
E chi se ne frega. Ne faremo delle altre.
Arrivo a S..... dopo una serie di tornanti da maldipancia, e fortunatamente ci lasciamo alle spalle l'afa insopportabile di Milano. Più mi avvicino a destinazione, più l'appetito cambia. Appena giungo a 900 metri di altitudine iniziano a venirmi le voglie di formaggio, pane e salame, quando invece un'ora prima in viale Monza volevo solo bere un frullato congelato.
La stagione è decisamente alta qui a S.....: le case in affitto hanno prezzi alle stelle, le strade sono affollate di anziani, di famiglie con bambini piccoli.
E' un susseguirsi di pizzerie, alberghi, pasticcerie, gelaterie, casette di montagna, le botteghe dei macellai e dei panettieri, il bazar di articoli per la casa.
I centri commerciali, i fast food e i sexy shop non hanno ancora fatto breccia. Sembra un pò l'Italia di 30 anni fa.
Qui il macellaio diventa facilmente tuo consulente di fiducia. Non ha ancora deciso di fregarti, preferisce fidelizzarti, regalandoti magari un osso per il bollito, così che il tuo brodo di pollo diventi ancora più saporito e tu, la prossima volta, ti ricorderai di lui. Ha sempre il sorriso sulle labbra, le guance rosee e lo sguardo rilassato. Se aggiunge troppe bistecche al pacchetto, ti avvisa, ed è subito pronto a togliertene qualcuna se il peso è eccessivo. Quando torni vuole sapere com'era la carne, e passando per il bancone dei formaggi sa consigliarti quelli adatto alle donne incinta: formaggi tipici affumicati al posto di quelli freschi locali, tutti comunque ottimi.
La vita a S..... ruota intorno alle botteghe, alle case di villeggiatura, agli alberghi pieni di anziani, ai parchetti con giochi per bambini, alla parrocchia, e al suo piccolo cinema, dove non mancano i cineforum. Un prete giovane della parrocchia, con un simpatico accento bergamasco analizza e commenta puntigliosamente davanti ad un pubblico di terza età, "The tree of Life" il nuovo film di Terrence Malik. In una libreria, un antiquario milanese mostra ad un pubblico colto, i libri illustrati di Oscar Wilde.
Con l'imbrunire la temperatura si abbassa, le saracinesche delle botteghe pure, mentre i turisti proseguono le loro tranquille passeggiate per il centro con il maglioncino di cotone appoggiato sulle spalle, quello che tanto irrita mio marito.
"Andiamocene che mi viene il nervoso", esclama a bassa voce. Se penso a come questa moda-abitudine del maglioncino sulle spalle sia il segno contraddistintivo del turista "born in Italy" a New York, mi viene da sorridere.
Lo riconosci subito l'italiano che passeggia mentre cammina lungo la Fifth Avenue, con marsupio e pullover rigorosamente sulle spalle, in caso tirasse dell'arietta.
S......, che ospita una buona fetta di milanesi per bene è decisamente terra di polo e pullover, i cui bordi delle maniche, se proprio vuoi sembrare distinto, sono avvolti l'uno sull'altro in un nodo raffinato, così che il look nel suo insieme appaia ben ordinato. E' il simbolo del perbenismo per eccellenza. Brave persone, a modo, che passeggiano con il cono gelato. Brave mamme e bravi papà, brave nonne e bravi nonni, posati.
Blu, rosso, beige, tendenzialmente il pullover è in tinta unita. Lo si porta a tutte le età in Italia, a parte mio marito che preferisce piuttosto prendersi tutta l'arietta serale pur di non appoggiarlo sulle spalle.
Me lo vedo. Lui, sarà un padre con i jeans stracciati, e le t-shirt scolorite, quegli indumenti che i nostri genitori ci hanno sempre sconsigliato di indossare, perchè non adeguati ad un contesto serio. Qui a S......, tradizionalista località bergamasca, come in tante altre località italiane, indossare indumenti stracciati è segno di non poca serietà e responsabilità (e meno male, aggiungo io).
E poi chi l'avrebbe detto che anche il gioco del biliardo si stesse estinguendo. L'altra sera, mentre il piccolo Leonardo faceva le prove generali per uscire, con calci e movimenti insoliti alquanto maldestri, ho proposto a mio marito di andare a giocare a biliardo in un bar. In tutta S......, non ne abbiamo trovato uno. Solo ad A......., una frazione limitrofa, siamo riusciti a trovarne uno in un bar gelateria. In realtà offriva soltanto il gioco delle stecche o delle bocce.
Una coppia di mezza età, seduta alle slot machine, ogni tanto ci osserva curiosa, altre persone sedute ai tavolini attendono l'ordinazione. Noi intanto giochiamo a bocce.
Arriva un vecchietto. Con espressione sorridente e il volto rugoso ci osserva. Sembra un intenditore. "Vuole giocare? Gli chiediamo. "No, no, volevo solo guardarvi" risponde. Dal volto sembra un esperto. Dopo un pò decidiamo di andarcene. Se fossimo rimasti a lungo, l'anziano signore avrebbe probabilmente incominciato a commentare le nostre partite e a darci suggerimenti. Era tutto solo però. Gli altri suoi coetanei sono incollati davanti allo schermo della tv a guardare la partita di calcio.
Le vacanze a S...... sono scandite dai tocchi delle campane che alla domenica ti ricordano ancora, se ci tieni, di andare a messa. Il giorno di Ferragosto in una piccola parrocchia il prete, molto anziano e decisamente vispo, racconta di aver seguito tutti i telegiornali, ma scandalizzato, ha dovuto riscontrare che nessuno di questi rimandava al significato religioso di Ferragosto. "50 anni fa tutti sapevano che il 15 di agosto era la Festa dell'Assunta". E giù ad inveire contro chi in chiesa non ci va più. "Manca la fede!" esclama.
Leonardo reagisce. Forse non è d'accordo. Sgambetta forte.
Torniamo a casa. Appena mi tolgo le scarpe sento un forte dolore al basso ventre. Una scossa elettrica all'interno coscia mi coglie impreparata. Aiuto, sta arrivando lo tsunami del dolore. Quando meno te lo aspetti, ti sorprende. Respiro profondamente, il ventre si indurisce come un'anguria, mi siedo sul divano e attendo. Mancano tre settimane alla scadenza del termine.
"Leonardoooooo", urlo alle montagne. "Sono qua che ti aspettooooo!".
martedì 19 luglio 2011
Ecco come trovare i genitori su Facebook puo' cambiare la vita
di Chiara Zamin
pubblicato su www.ilsole24ore.com il 19 luglio 2011
"Fin da piccola sapevo di essere stata adottata. Conoscevo il nome di mia madre, sapevo che alla mia nascita aveva 17 anni e che ero nata nel Queens (NY).
Un giorno ho provato a cercarla su Facebook e lei mi ha risposto subito. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita una persona vera". A raccontare a cuore aperto l'incontro commuovente con la madre naturale è una teenager americana, Jessie Wachtel, che su "Motherlode" di Lisa Belkin, un blog del New York Times, spiega come il fatto le abbia cambiato la vita.
Cercare le proprie origini utilizzando i social network è oramai un fenomeno diffuso.
Se un tempo negli Usa la scoperta del proprio passato famigliare era un processo lento che veniva sorvegliato e tutelato dai genitori adottivi in collaborazione con le autorità giuridiche e istituzionali, nell'era di internet accade che si riesca a bypassare la lunga trafila burocratica semplicemente con un pc e un pò di fortuna.
Terri Barber, mamma di nascita di Alexander Dorf - un altro teenager che racconta la sua esperienza umana sul noto blog del New York Times- decide un giorno di mandare a suo figlio un messaggio su Facebook chiedendogli conferma del cognome dei genitori adottivi. Inaspettatamente Alex ritrova la madre naturale e da quel momento, racconta, inizia per lui un'avventura umana ricca di sorprese inaspettate, tanto che arrivera' a ringraziare Facebook per avergli fatto incontrare la donna che lo ha messo al mondo.
Per l'autrice del blog americano, Lisa Belkin, internet sta letteralmente rivoluzionando ogni aspetto dell'adozione. Lo confermano i casi piu' svariati, che scaturiscono dall'utilizzo del web. Può capitare ad esempio di trovare un messaggio postato da una coppia desiderosa di avere un figlio che cerca madri intenzionate ad affidarlo a terzi, oppure figli adottivi non riconosciuti, ansiosi di conoscere il loro passato, che fanno un appello affinchè la loro madre naturale risponda.
Il fenomeno riguarda anche l'Italia (da non sottovalutare il fatto che il nostro Paese si qualifica secondo come numero di adozioni a livello mondiale, preceduto soltanto dagli Usa). Recentemente una ragazza italiana ha inserito su youtube un video musicale con testi, intitolato "Alla ricerca dei genitori biologici". Rivolgendosi alla sua madre naturale la ragazza scrive: "se il 5 ottobre 1981 ti ricorda un evento importante contattami". "Il mio scopo non è crearti problemi ma conoscere me stessa, le mie origini, la mia sensibilità". E poi la ragazza fa una supplica: "Non togliermi anche questa possibilità".
Su Facebook è nato un gruppo: "La punizione dei 100 anni", una community di persone che lottano per modificare la legge italiana secondo la quale i figli non riconosciuti possono accedere a informazioni sull'identità dei genitori, soltanto al compimento dei 100 anni di età, a differenza dei figli adottivi riconosciuti che possono risalire alla loro famiglia d'origine all'eta' di 25 anni.
Sulla homepage di questa community si trovano annunci espliciti del tipo: "Sto cercando una signora di nome....nata a ...nel... avrebbe partorito all'ospedale di.... . Se qualcuno avesse notizie potrebbe inviarmi un messaggio?"
"E' naturale che una persona si chieda chi è e da dove viene, sono interrogativi che fanno parte del processo di formazione della propria identità " dichiara Rosa Rosnati, docente di Psicologia dell'Adozione dell'Università Cattolica di Milano e autrice del libro "Il legame adottivo" edito da Unicopli, Milano. Secondo lo studio di Rosnati, l'adulto adottato che fa famiglia, sviluppa nel corso della vita un crescente interesse per le sue origini. L'interesse aumenta soprattutto quando vengono diagnosticate delle malattie ereditarie o quando si desiderano interpretare le somiglianze dei propri figli. "E' evidente tuttavia che rispetto a quanto sta accadendo nel web, è necessario introdurre nuove regole e normative che tutelino maggiormente i minori adottati" dichiara Rosnati.
Qualcuno ricorderà il caso scioccante avvenuto alcuni anni fa negli Usa.
Aimee L. Sword, 36 anni, una donna di Detroit, nel 2008 ritrovo' suo figlio attraverso un social network. Quando lo incontrò per la prima volta, Sword se ne innamorò perdutamente. La relazione si trasformò in un rapporto amoroso a carattere sessuale. La madre venne successivamente condannata per incesto.
pubblicato su www.ilsole24ore.com il 19 luglio 2011
"Fin da piccola sapevo di essere stata adottata. Conoscevo il nome di mia madre, sapevo che alla mia nascita aveva 17 anni e che ero nata nel Queens (NY).
Un giorno ho provato a cercarla su Facebook e lei mi ha risposto subito. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita una persona vera". A raccontare a cuore aperto l'incontro commuovente con la madre naturale è una teenager americana, Jessie Wachtel, che su "Motherlode" di Lisa Belkin, un blog del New York Times, spiega come il fatto le abbia cambiato la vita.
Cercare le proprie origini utilizzando i social network è oramai un fenomeno diffuso.
Se un tempo negli Usa la scoperta del proprio passato famigliare era un processo lento che veniva sorvegliato e tutelato dai genitori adottivi in collaborazione con le autorità giuridiche e istituzionali, nell'era di internet accade che si riesca a bypassare la lunga trafila burocratica semplicemente con un pc e un pò di fortuna.
Terri Barber, mamma di nascita di Alexander Dorf - un altro teenager che racconta la sua esperienza umana sul noto blog del New York Times- decide un giorno di mandare a suo figlio un messaggio su Facebook chiedendogli conferma del cognome dei genitori adottivi. Inaspettatamente Alex ritrova la madre naturale e da quel momento, racconta, inizia per lui un'avventura umana ricca di sorprese inaspettate, tanto che arrivera' a ringraziare Facebook per avergli fatto incontrare la donna che lo ha messo al mondo.
Per l'autrice del blog americano, Lisa Belkin, internet sta letteralmente rivoluzionando ogni aspetto dell'adozione. Lo confermano i casi piu' svariati, che scaturiscono dall'utilizzo del web. Può capitare ad esempio di trovare un messaggio postato da una coppia desiderosa di avere un figlio che cerca madri intenzionate ad affidarlo a terzi, oppure figli adottivi non riconosciuti, ansiosi di conoscere il loro passato, che fanno un appello affinchè la loro madre naturale risponda.
Il fenomeno riguarda anche l'Italia (da non sottovalutare il fatto che il nostro Paese si qualifica secondo come numero di adozioni a livello mondiale, preceduto soltanto dagli Usa). Recentemente una ragazza italiana ha inserito su youtube un video musicale con testi, intitolato "Alla ricerca dei genitori biologici". Rivolgendosi alla sua madre naturale la ragazza scrive: "se il 5 ottobre 1981 ti ricorda un evento importante contattami". "Il mio scopo non è crearti problemi ma conoscere me stessa, le mie origini, la mia sensibilità". E poi la ragazza fa una supplica: "Non togliermi anche questa possibilità".
Su Facebook è nato un gruppo: "La punizione dei 100 anni", una community di persone che lottano per modificare la legge italiana secondo la quale i figli non riconosciuti possono accedere a informazioni sull'identità dei genitori, soltanto al compimento dei 100 anni di età, a differenza dei figli adottivi riconosciuti che possono risalire alla loro famiglia d'origine all'eta' di 25 anni.
Sulla homepage di questa community si trovano annunci espliciti del tipo: "Sto cercando una signora di nome....nata a ...nel... avrebbe partorito all'ospedale di.... . Se qualcuno avesse notizie potrebbe inviarmi un messaggio?"
"E' naturale che una persona si chieda chi è e da dove viene, sono interrogativi che fanno parte del processo di formazione della propria identità " dichiara Rosa Rosnati, docente di Psicologia dell'Adozione dell'Università Cattolica di Milano e autrice del libro "Il legame adottivo" edito da Unicopli, Milano. Secondo lo studio di Rosnati, l'adulto adottato che fa famiglia, sviluppa nel corso della vita un crescente interesse per le sue origini. L'interesse aumenta soprattutto quando vengono diagnosticate delle malattie ereditarie o quando si desiderano interpretare le somiglianze dei propri figli. "E' evidente tuttavia che rispetto a quanto sta accadendo nel web, è necessario introdurre nuove regole e normative che tutelino maggiormente i minori adottati" dichiara Rosnati.
Qualcuno ricorderà il caso scioccante avvenuto alcuni anni fa negli Usa.
Aimee L. Sword, 36 anni, una donna di Detroit, nel 2008 ritrovo' suo figlio attraverso un social network. Quando lo incontrò per la prima volta, Sword se ne innamorò perdutamente. La relazione si trasformò in un rapporto amoroso a carattere sessuale. La madre venne successivamente condannata per incesto.
venerdì 8 luglio 2011
mercoledì 18 maggio 2011
mercoledì 27 aprile 2011
Family, a potential of richness abandoned to itself. "The amoral familism"
23% of Italian families with children are at risk of poverty, as opposed to France (15%), Germany (12%) and Sweden (10%).
Also, the percentage of families that are deprived of essential housewares in homes made up of two adults and one child is at 6.5% in Italy, compared to 3.4% in France, 0.3% in Germany, and 0.6% in Sweden (Source: Eurostate Data for 2010).
Talking about the richness of Italian families during an economic crisis at first seems unreasonable; however, the word “crisis,” in Greek, means “choice,” or “decision", while in Chinese, “crisis” means “danger” but also “opportunity.” Eugenia Scabini, a professor of Social Psychology at the Catholic University of Milan, asks: "What generates richness? What kind of richness do we want for our society and to what richness do we refer to when we speak? Only the economic?”
The Catholic University in Milan has guested a conference called “The Richness of Families in Difficult Times,” a round table to which professors of Economy and Psychology, political authorities and family associations had been invited.
In difficult times, richness is a resource. By rich, we are not talking about consumer goods, but rather the “goods” generated by human relationships. According to Scabini, these “goods” include: trust, trustworthiness, diligence, resilience, and the ability to stay positive. Talk about long-term investments!
Professors agree that it is misleading to think that the “goods” or “richness” which comes from human relationships have no influence on individual families – and through families, society. It is the essence of well-being for the country.
Who, in Italy, has been investing in these goods? Who is capable of teaching them to future generations?
Professor Scabini underlines that “right now we are at a turning point as a country, we have to decide if we just want to fix the problems, or if we want to invest in family. These goods are produced by families, families who need support, and not from families that remain separate". Separated from whom? From the government or the state? Partially, but that’s not all.
Luigi Campiglio, a professor of Economics and Politics at the Catholic University in Milan, considers the term “crisis” from the Greek and Chinese perspectives. A crisis is dangerous at first, but then it becomes an opportunity and ends up being a choice. In his speech, he has analyzed the so called “Lost Decade.” With data from Banca d’Italia, he has examined the GDP from a per-person perspective between 2000 and 2010. In this decade, the quality of life for the individual has decreased. Spending has decreased by 4% while 82% of real productivity is more a consequence of price increases than anything else. What’s more is that middle class family income has decreased during the economic crisis over the course of this decade. Rich families have also seen decreased income during the crisis, but they have had a general increase overall.
If we analyze consumer data released by ISTAT, we see that the only consuming has only increased among single people over 35. We could go on infinitely about the depressing statistics in Italy. So what is left to ask ourselves why should our society support and promote family? What’s so special about it?
Campiglio is convinced that the human aspect is strongly intertwined with the economy. For Campiglio, family is essential and fundamental for sustainable development. It contributes to the creation of Italian heritage, it generates human richness which consequently richness for the entire country, and will reduce the social imbalance by making things more efficient.
Can the public do something to help family? Is political action necessary? These are the questions that Professor Campiglio has been pondering. Campiglio also underlines that the government should not confuse politics pertaining to the poor with those pertaining to helping families. We need specific tools, one must consider the power of family expenditures. When we consider the family unit, we have to look at family incomes and not just those of the individuals. A dialogue between families and companies must be opened. Enhancing family richness will enhance the quality of work thus interconnecting family and the workplace.
During the conference, Giovanna Rossi, professor of Sociology of Family at the Catholic University of Milan, has launched a campaign asking, “are we really sure that people are aware of the richness produced by families? If so, that means that this richness has to be supported adequately.”
Giulio Boscagli, chief of the Family Conciliation and Integration Department of the Lombardy Region, tells of his personal experience, “My wife and I had six children who are now adults. During their childhood, I didn’t have a good job. My wife and I worked as teachers (teachers are not paid well in Italy). It was tough for them, but they made it through. “What you need,” Boscagli adds, “is the want of a bigger plan for your life, the wanting to belong to history.” Unfortunately, the culture of our country is not aware of the importance of family in society; as a consequence, we have shaky family politics.
I’m sorry, did he say that Italy is unaware of the importance of family? In other countries, people think of us as sitting around prepared tables together with grandpas, cousins, uncles, and aunts, and relatives who gather for every feast just to enjoy and spend time together! Are we not famous abroad for our strong relationships with Mom and Dad, with our kids whom we can’t wait to hug again when they return or visit us? Italian families are the “bearers” of human relationship “goods” according to Professor Scabini.
In 1956 Edward Banfield, a political analyst from the University of Chicago, decided to move to Montegrano Basilicata with his family to study the causes of southern Italy’s “backwardness.” At the time, Banfield, when writing about the situation in Italy, coined the term “amoral familism.” “In a society based on the amoral familism, no one wants to collaborate or trust in other people because no one expects the other to do the same. To offer collaboration and trust is to guarantee that you are going to get cheated. It is convenient to no one to change this attitude, unless other people are also willing to do it, unless you have a guarantee that nobody else will cheat.” According to Banfield, the consequences of this system are devastating for the economy and society. Above all, they prevent any efficient management of public goods from being available to the community, the same goods that would go on to improve the economic and social growth of the country.
That said, long live family! To the kind of family, however, who can generate a very rare human value in the nowadays ItaIian society: the sense of communal good. Is there someone who is able to teach it, even after the concept of “amoral familism” has been brought to the table?
Also, the percentage of families that are deprived of essential housewares in homes made up of two adults and one child is at 6.5% in Italy, compared to 3.4% in France, 0.3% in Germany, and 0.6% in Sweden (Source: Eurostate Data for 2010).
Talking about the richness of Italian families during an economic crisis at first seems unreasonable; however, the word “crisis,” in Greek, means “choice,” or “decision", while in Chinese, “crisis” means “danger” but also “opportunity.” Eugenia Scabini, a professor of Social Psychology at the Catholic University of Milan, asks: "What generates richness? What kind of richness do we want for our society and to what richness do we refer to when we speak? Only the economic?”
The Catholic University in Milan has guested a conference called “The Richness of Families in Difficult Times,” a round table to which professors of Economy and Psychology, political authorities and family associations had been invited.
In difficult times, richness is a resource. By rich, we are not talking about consumer goods, but rather the “goods” generated by human relationships. According to Scabini, these “goods” include: trust, trustworthiness, diligence, resilience, and the ability to stay positive. Talk about long-term investments!
Professors agree that it is misleading to think that the “goods” or “richness” which comes from human relationships have no influence on individual families – and through families, society. It is the essence of well-being for the country.
Who, in Italy, has been investing in these goods? Who is capable of teaching them to future generations?
Professor Scabini underlines that “right now we are at a turning point as a country, we have to decide if we just want to fix the problems, or if we want to invest in family. These goods are produced by families, families who need support, and not from families that remain separate". Separated from whom? From the government or the state? Partially, but that’s not all.
Luigi Campiglio, a professor of Economics and Politics at the Catholic University in Milan, considers the term “crisis” from the Greek and Chinese perspectives. A crisis is dangerous at first, but then it becomes an opportunity and ends up being a choice. In his speech, he has analyzed the so called “Lost Decade.” With data from Banca d’Italia, he has examined the GDP from a per-person perspective between 2000 and 2010. In this decade, the quality of life for the individual has decreased. Spending has decreased by 4% while 82% of real productivity is more a consequence of price increases than anything else. What’s more is that middle class family income has decreased during the economic crisis over the course of this decade. Rich families have also seen decreased income during the crisis, but they have had a general increase overall.
If we analyze consumer data released by ISTAT, we see that the only consuming has only increased among single people over 35. We could go on infinitely about the depressing statistics in Italy. So what is left to ask ourselves why should our society support and promote family? What’s so special about it?
Campiglio is convinced that the human aspect is strongly intertwined with the economy. For Campiglio, family is essential and fundamental for sustainable development. It contributes to the creation of Italian heritage, it generates human richness which consequently richness for the entire country, and will reduce the social imbalance by making things more efficient.
Can the public do something to help family? Is political action necessary? These are the questions that Professor Campiglio has been pondering. Campiglio also underlines that the government should not confuse politics pertaining to the poor with those pertaining to helping families. We need specific tools, one must consider the power of family expenditures. When we consider the family unit, we have to look at family incomes and not just those of the individuals. A dialogue between families and companies must be opened. Enhancing family richness will enhance the quality of work thus interconnecting family and the workplace.
During the conference, Giovanna Rossi, professor of Sociology of Family at the Catholic University of Milan, has launched a campaign asking, “are we really sure that people are aware of the richness produced by families? If so, that means that this richness has to be supported adequately.”
Giulio Boscagli, chief of the Family Conciliation and Integration Department of the Lombardy Region, tells of his personal experience, “My wife and I had six children who are now adults. During their childhood, I didn’t have a good job. My wife and I worked as teachers (teachers are not paid well in Italy). It was tough for them, but they made it through. “What you need,” Boscagli adds, “is the want of a bigger plan for your life, the wanting to belong to history.” Unfortunately, the culture of our country is not aware of the importance of family in society; as a consequence, we have shaky family politics.
I’m sorry, did he say that Italy is unaware of the importance of family? In other countries, people think of us as sitting around prepared tables together with grandpas, cousins, uncles, and aunts, and relatives who gather for every feast just to enjoy and spend time together! Are we not famous abroad for our strong relationships with Mom and Dad, with our kids whom we can’t wait to hug again when they return or visit us? Italian families are the “bearers” of human relationship “goods” according to Professor Scabini.
In 1956 Edward Banfield, a political analyst from the University of Chicago, decided to move to Montegrano Basilicata with his family to study the causes of southern Italy’s “backwardness.” At the time, Banfield, when writing about the situation in Italy, coined the term “amoral familism.” “In a society based on the amoral familism, no one wants to collaborate or trust in other people because no one expects the other to do the same. To offer collaboration and trust is to guarantee that you are going to get cheated. It is convenient to no one to change this attitude, unless other people are also willing to do it, unless you have a guarantee that nobody else will cheat.” According to Banfield, the consequences of this system are devastating for the economy and society. Above all, they prevent any efficient management of public goods from being available to the community, the same goods that would go on to improve the economic and social growth of the country.
That said, long live family! To the kind of family, however, who can generate a very rare human value in the nowadays ItaIian society: the sense of communal good. Is there someone who is able to teach it, even after the concept of “amoral familism” has been brought to the table?
martedì 12 aprile 2011
Famiglia, un potenziale di ricchezza abbandonato a se stesso. Il familismo amorale
Il 23% delle famiglie italiane con figli sono a rischio povertà. In Francia la percentuale si abbassa al 15%, in Germania al 12%, in Svezia al 10%. La fonte sono i dati Eurostat del 2010.
E ancora: La percentuale di famiglie che subiscono gravi deprivazioni per l'abitazione, nel caso ad esempio di un nucleo composto da 2 adulti e un figlio, è del 6,5% in Italia, del 3,4% in Francia, dello 0,3% in Germania, dello 0,6% in Svezia.
Parlare di ricchezza delle famiglie italiane in tempo di crisi è del tutto fuori luogo se pensiamo alle condizioni economiche in cui riversiamo. In realtà, secondo Eugenia Scabini, professoressa ordinaria di Psicologia Sociale della Famiglia dell'Università Cattolica, l'accostamento non è così azzardato, se consideriamo che la parola crisi in greco significa scelta, decisione, mentre in cinese vuol dire pericolo ma anche opportunità.
Ma che cosa genera ricchezza? Quale ricchezza vogliamo per la nostra società e di quale ricchezza parliamo? Soltanto di quella economica? Chiede Scabini.
L'università Cattolica ha ospitato nei giorni scorso un convegno dal titolo "La ricchezza delle famiglie in tempi di crisi", una giornata di studio in cui sono intervenuti professori di economia e psicologia, personalità politiche locali e associazioni famigliari.
In tempi di crisi si comprende come la ricchezza sia una risorsa. Non stiamo parlando di beni di consumo, ma di tutti quei beni che si generano nelle relazioni. Alcuni, secondo lo studio della professoressa Scabini sono la fiducia, l'affidabilità, la capacità di affrontare le prove, la resilienza, ovvero la capacità di far fronte alle difficoltà con atteggiamento positivo.
Sono beni che richiedono investimenti a lungo termine.
I professori intervenuti all'incontro sono d'accordo: è fuorviante pensare che questi beni relazionali non influenzino la ricchezza delle famiglie e quindi della società. Essi sono fondamentali per il benessere di un Paese.
Ma chi in Italia sta attualmente investendo in beni relazionali? Chi è in grado di trasmetterli alle generazioni future?
La professoressa Scabini ricorda: "Siamo ad un punto di non ritorno: dobbiamo decidere se agire ancora una volta con azioni di tamponamento o se investire nelle famiglie. Questi beni, queste ricchezze sono prodotte dalle famiglie, dalle famiglie sostenute però, non da quelle lasciate sole".
Sole da chi? Dal governo, dallo Stato? Soprattutto, ma non solo.
Luigi Campiglio, professore ordinario di Economica Politica dell'Università Cattolica di Milano, ha voluto declinare il termine crisi nel triplice senso greco-cinese. Una crisi, ha spiegato, prima si presenta come un pericolo, poi come un'opportunità e poi spinge ad una scelta.
Nel suo intervento è partito analizzando il cosiddetto "Decennio perduto". Con i dati di Banca D'Italia alla mano ha analizzato il Pil procapite reale dal 2000 al 2010.
In dieci anni in Italia il tenore di vita in termini pro-capite è diminuito. Le aziende sono diventate più piccole e questo ha comportato un aumento di costi.
La spesa pro-capite reale delle famiglie residenti è diminuita del 4% in dieci anni.
L'82% delle attività reali svolte nel decennio è una conseguenza di un aumento dei prezzi più che di una tangibilità reale.
E ancora: i redditi famigliari mediani sono diminuiti nella crisi e nell'intero decennio. Quelli più elevati sono diminuiti nella crisi e aumentati nel decennio.
Analizzando i dati sui consumi Istat, fa riflettere il fatto che siano aumentati i consumi soltanto per i single con più di 35 anni.
Si potrebbe andare avanti all'infinito a snocciolare dati deprimenti sullo stato delle cose in Italia.
Probabilmente, considerate le premesse, rimane da chiedersi perché una società debba sostenere e promuovere la famiglia? Cosa c'è di così speciale in una famiglia?
Campiglio è convinto che l'aspetto umano ed economico siano fortemente intrecciati tra loro.
Per Campiglio la famiglia è essenziale in quanto fondamento di uno sviluppo sostenibile; contribuisce ad accrescere il patrimonio di un Paese; crea ricchezza umana e quindi ricchezza per il Paese sia sul piano quantitativo ma soprattutto sul piano qualitativo; concilia le ragioni del bisogno con quelle dell'efficienza e quindi riduce le possibili cause di squilibri sociali.
Può la spesa pubblica far qualcosa per le famiglie? Le reazioni intenzionali e politiche servono? Si interroga l'emerito professore che sottolinea come a livello governativo, non bisogna confondere le politiche di lotta alla povertà con le politiche per la famiglia.
Ocorrono strumenti mirati. Occorre tener conto della capacità di spesa di una famiglia. Occorre considerare il reddito famigliare e non individuale. Occorre incentivare il dialogo tra imprese e famiglie. La ricchezza che la famiglia trasmette ai figli è il fondamento della qualità del lavoro. I due ambiti sono quindi interdipendenti tra loro secondo Campiglio.
Giovanna Rossi, professoressa di Sociologia della Famiglia dell'Università Cattolica ha rilanciato nel corso del convegno la provocazione: "Siamo sicuri che ci sia ancora consapevolezza della ricchezza portata dalle famiglie? Se sì, significa che questa ricchezza debba essere sostenuta adeguatamente".
Giulio Boscagli, Assessore alla Famiglia, Conciliazione e Integrazione della regione Lombardia, nel corso del suo intervento ha raccontato la sua esperienza famigliare:
"Siamo una famiglia con 6 figli, che oramai sono grandi. Quando si è trattato di farli crescere, (ai tempi non ero assessore) sia io che mia moglie facevamo gli insegnanti".
Per loro è stata dura ma ce l'hanno fatta. "Serve la coscienza di un disegno più grande che ti accompagna, la coscienza di appartenere ad una storia" ha dichiarato l'assessore. "Purtroppo, la cultura del nostro Paese non ha la consapevolezza del ruolo della famiglia. Ne conseguono politiche zoppicanti".
Ma come? L'Italia non è consapevole dell'importanza della famiglia? Ma se all'estero ci immaginano sempre seduti intorno a tavole imbandite con tanto di nonni, cugini, zii e parenti che si ritrovano ad ogni ricorrenza per il piacere di stare insieme e con il desiderio di essere uniti? Non siamo famosi al mondo per il nostro stretto legame con mamma e papà, con i nostri figli che non vediamo l'ora di riabbracciare non appena trascorrono un periodo all'estero lontano dalle nostre cure?
Siamo sicuri che le famiglie italiane siano portatrici di questi beni relazionali di cui parla la professoressa Scabini?
Non aveva forse ragione il politologo dell'Università di Chicago, Edward Banfield, quando insieme alla sua di famiglia, decise di trasferirsi in Italia per un anno, a Montegrano, in Basilicata, per studiare le cause dell'arretratezza del Mezzogiorno.
Banfield allora, riferendosi alla situazione italiana, uscì con il termine "familismo amorale": "In una società basata sul familismo amorale, nessuno collabora e si fida degli altri perché nessuno si aspetta che gli altri lo facciano e, offrire collaborazione e fiducia, significa la certezza di essere truffati. A nessuno, individualmente, conviene cambiare atteggiamento, a meno che non lo facciano anche gli altri e con la certezza che nessuno continui negli atteggiamenti truffaldini".
Le conseguenze di questo sistema sono devastanti per l'economia e la società soprattutto perché impediscono la gestione efficiente dei beni pubblici fruibili da tutti, che favorirebbero la crescita economica e sociale di un paese, conclude lo studioso americano.
Viva la famiglia, dunque. Ma quella portatrice di un valore relazionale che attualmente scarseggia in Italia: IL BENE COMUNE. C'e' ancora qualcuno disposto a insegnarlo anche a costo di dover mettere in discussione il principio del familismo amorale?
E ancora: La percentuale di famiglie che subiscono gravi deprivazioni per l'abitazione, nel caso ad esempio di un nucleo composto da 2 adulti e un figlio, è del 6,5% in Italia, del 3,4% in Francia, dello 0,3% in Germania, dello 0,6% in Svezia.
Parlare di ricchezza delle famiglie italiane in tempo di crisi è del tutto fuori luogo se pensiamo alle condizioni economiche in cui riversiamo. In realtà, secondo Eugenia Scabini, professoressa ordinaria di Psicologia Sociale della Famiglia dell'Università Cattolica, l'accostamento non è così azzardato, se consideriamo che la parola crisi in greco significa scelta, decisione, mentre in cinese vuol dire pericolo ma anche opportunità.
Ma che cosa genera ricchezza? Quale ricchezza vogliamo per la nostra società e di quale ricchezza parliamo? Soltanto di quella economica? Chiede Scabini.
L'università Cattolica ha ospitato nei giorni scorso un convegno dal titolo "La ricchezza delle famiglie in tempi di crisi", una giornata di studio in cui sono intervenuti professori di economia e psicologia, personalità politiche locali e associazioni famigliari.
In tempi di crisi si comprende come la ricchezza sia una risorsa. Non stiamo parlando di beni di consumo, ma di tutti quei beni che si generano nelle relazioni. Alcuni, secondo lo studio della professoressa Scabini sono la fiducia, l'affidabilità, la capacità di affrontare le prove, la resilienza, ovvero la capacità di far fronte alle difficoltà con atteggiamento positivo.
Sono beni che richiedono investimenti a lungo termine.
I professori intervenuti all'incontro sono d'accordo: è fuorviante pensare che questi beni relazionali non influenzino la ricchezza delle famiglie e quindi della società. Essi sono fondamentali per il benessere di un Paese.
Ma chi in Italia sta attualmente investendo in beni relazionali? Chi è in grado di trasmetterli alle generazioni future?
La professoressa Scabini ricorda: "Siamo ad un punto di non ritorno: dobbiamo decidere se agire ancora una volta con azioni di tamponamento o se investire nelle famiglie. Questi beni, queste ricchezze sono prodotte dalle famiglie, dalle famiglie sostenute però, non da quelle lasciate sole".
Sole da chi? Dal governo, dallo Stato? Soprattutto, ma non solo.
Luigi Campiglio, professore ordinario di Economica Politica dell'Università Cattolica di Milano, ha voluto declinare il termine crisi nel triplice senso greco-cinese. Una crisi, ha spiegato, prima si presenta come un pericolo, poi come un'opportunità e poi spinge ad una scelta.
Nel suo intervento è partito analizzando il cosiddetto "Decennio perduto". Con i dati di Banca D'Italia alla mano ha analizzato il Pil procapite reale dal 2000 al 2010.
In dieci anni in Italia il tenore di vita in termini pro-capite è diminuito. Le aziende sono diventate più piccole e questo ha comportato un aumento di costi.
La spesa pro-capite reale delle famiglie residenti è diminuita del 4% in dieci anni.
L'82% delle attività reali svolte nel decennio è una conseguenza di un aumento dei prezzi più che di una tangibilità reale.
E ancora: i redditi famigliari mediani sono diminuiti nella crisi e nell'intero decennio. Quelli più elevati sono diminuiti nella crisi e aumentati nel decennio.
Analizzando i dati sui consumi Istat, fa riflettere il fatto che siano aumentati i consumi soltanto per i single con più di 35 anni.
Si potrebbe andare avanti all'infinito a snocciolare dati deprimenti sullo stato delle cose in Italia.
Probabilmente, considerate le premesse, rimane da chiedersi perché una società debba sostenere e promuovere la famiglia? Cosa c'è di così speciale in una famiglia?
Campiglio è convinto che l'aspetto umano ed economico siano fortemente intrecciati tra loro.
Per Campiglio la famiglia è essenziale in quanto fondamento di uno sviluppo sostenibile; contribuisce ad accrescere il patrimonio di un Paese; crea ricchezza umana e quindi ricchezza per il Paese sia sul piano quantitativo ma soprattutto sul piano qualitativo; concilia le ragioni del bisogno con quelle dell'efficienza e quindi riduce le possibili cause di squilibri sociali.
Può la spesa pubblica far qualcosa per le famiglie? Le reazioni intenzionali e politiche servono? Si interroga l'emerito professore che sottolinea come a livello governativo, non bisogna confondere le politiche di lotta alla povertà con le politiche per la famiglia.
Ocorrono strumenti mirati. Occorre tener conto della capacità di spesa di una famiglia. Occorre considerare il reddito famigliare e non individuale. Occorre incentivare il dialogo tra imprese e famiglie. La ricchezza che la famiglia trasmette ai figli è il fondamento della qualità del lavoro. I due ambiti sono quindi interdipendenti tra loro secondo Campiglio.
Giovanna Rossi, professoressa di Sociologia della Famiglia dell'Università Cattolica ha rilanciato nel corso del convegno la provocazione: "Siamo sicuri che ci sia ancora consapevolezza della ricchezza portata dalle famiglie? Se sì, significa che questa ricchezza debba essere sostenuta adeguatamente".
Giulio Boscagli, Assessore alla Famiglia, Conciliazione e Integrazione della regione Lombardia, nel corso del suo intervento ha raccontato la sua esperienza famigliare:
"Siamo una famiglia con 6 figli, che oramai sono grandi. Quando si è trattato di farli crescere, (ai tempi non ero assessore) sia io che mia moglie facevamo gli insegnanti".
Per loro è stata dura ma ce l'hanno fatta. "Serve la coscienza di un disegno più grande che ti accompagna, la coscienza di appartenere ad una storia" ha dichiarato l'assessore. "Purtroppo, la cultura del nostro Paese non ha la consapevolezza del ruolo della famiglia. Ne conseguono politiche zoppicanti".
Ma come? L'Italia non è consapevole dell'importanza della famiglia? Ma se all'estero ci immaginano sempre seduti intorno a tavole imbandite con tanto di nonni, cugini, zii e parenti che si ritrovano ad ogni ricorrenza per il piacere di stare insieme e con il desiderio di essere uniti? Non siamo famosi al mondo per il nostro stretto legame con mamma e papà, con i nostri figli che non vediamo l'ora di riabbracciare non appena trascorrono un periodo all'estero lontano dalle nostre cure?
Siamo sicuri che le famiglie italiane siano portatrici di questi beni relazionali di cui parla la professoressa Scabini?
Non aveva forse ragione il politologo dell'Università di Chicago, Edward Banfield, quando insieme alla sua di famiglia, decise di trasferirsi in Italia per un anno, a Montegrano, in Basilicata, per studiare le cause dell'arretratezza del Mezzogiorno.
Banfield allora, riferendosi alla situazione italiana, uscì con il termine "familismo amorale": "In una società basata sul familismo amorale, nessuno collabora e si fida degli altri perché nessuno si aspetta che gli altri lo facciano e, offrire collaborazione e fiducia, significa la certezza di essere truffati. A nessuno, individualmente, conviene cambiare atteggiamento, a meno che non lo facciano anche gli altri e con la certezza che nessuno continui negli atteggiamenti truffaldini".
Le conseguenze di questo sistema sono devastanti per l'economia e la società soprattutto perché impediscono la gestione efficiente dei beni pubblici fruibili da tutti, che favorirebbero la crescita economica e sociale di un paese, conclude lo studioso americano.
Viva la famiglia, dunque. Ma quella portatrice di un valore relazionale che attualmente scarseggia in Italia: IL BENE COMUNE. C'e' ancora qualcuno disposto a insegnarlo anche a costo di dover mettere in discussione il principio del familismo amorale?
mercoledì 2 marzo 2011
Italy is Home-Made. Which role will we assign to moms?
On February 14th, I attended a conference at Bicocca University in Milan. The title of this meeting was “Family, a resource? Or a pain in the neck?” I attended on behalf of the Italian Newspaper ilSole24Ore.com
The main speaker was Andrea Ichino, professor of Economics and Politics at the University of Bologna and author of L'Italia fatta in casa or (my translation) “The home-made Italy.” According to Ichino's study, Italians work more at home than in the market, in comparison with the Europeans and Americans. Sadder still is the fact that household duties are not divided evenly; women produce more than men. Women take care of grandparents, their father and mother in law, children and invalids. They cook, they clean, the manage the family! Women produce goods and services that are not counted as part of the Gross Domestic Product. When they need money, or simply want to realize potential, and try to find work (typically when the children are old enough to be looked after by their grandparents), they find that it is extremely difficult.
Ichino's research shows a very unpleasant situation, which is exactly why we should take time to reflect. Are we, Italian men and women, o.k. with this situation? Are we comfortable with it?
According to Ichino, what has to be changed is our preferences and (I would add), our priorities. We should definitely put a stone over the idea of a “forever-stable job” (something typical in the Italian mentality). Personally, I think it's insane that in Italy, a person cannot be fired for working poorly. These people are just going to be taking up deskspace forever! Ichino says, “If we want the change, we have to give up the idea of eternal job-security.”
But really, who should give up is not Bicocca students, who will struggle to find good jobs over the next 10 years; it's the older generation, our parents and older siblings. Today, 30 year old Italians are considered privileged to have an indefinite work contract.
If this trend continues, and according to many it will, we will see more and more young people on waiting lists until they turn 40, waiting for a stable job. After that, we'll see people getting married to start families later and later.
Here they are, the magic words (which can save us from this swamp), from the boredom of a rigid and dull Italian work market: Mobility & Flexibility. Ichino proposes also, that a fiscal relief on women's revenues so that they can gain entry into the workplace.
“If we really think that a better balance at the family level is a good thing for us, we have to change the system.” “It is no good; the cause and effect principle making it so working moms have less children” says Ichino. “The U.S. has proven the contrary.” American women work more than Italian women, and have more children. So, who doesn't want a life, lived to the fullest? Who wouldn't want to be the protagonist of change? Do we really want to change things or not? Do we want less taxes? Do we want more wealth?
The starting point is always there; it's about taking a conscious look at ourselves as human beings who have needs and desires. We should not stop talking about it. Not because we like to complain, but because we want our voices heard! We gladly do without cynics and skeptics, who deeply believe that Italy will never change.
The main speaker was Andrea Ichino, professor of Economics and Politics at the University of Bologna and author of L'Italia fatta in casa or (my translation) “The home-made Italy.” According to Ichino's study, Italians work more at home than in the market, in comparison with the Europeans and Americans. Sadder still is the fact that household duties are not divided evenly; women produce more than men. Women take care of grandparents, their father and mother in law, children and invalids. They cook, they clean, the manage the family! Women produce goods and services that are not counted as part of the Gross Domestic Product. When they need money, or simply want to realize potential, and try to find work (typically when the children are old enough to be looked after by their grandparents), they find that it is extremely difficult.
Ichino's research shows a very unpleasant situation, which is exactly why we should take time to reflect. Are we, Italian men and women, o.k. with this situation? Are we comfortable with it?
According to Ichino, what has to be changed is our preferences and (I would add), our priorities. We should definitely put a stone over the idea of a “forever-stable job” (something typical in the Italian mentality). Personally, I think it's insane that in Italy, a person cannot be fired for working poorly. These people are just going to be taking up deskspace forever! Ichino says, “If we want the change, we have to give up the idea of eternal job-security.”
But really, who should give up is not Bicocca students, who will struggle to find good jobs over the next 10 years; it's the older generation, our parents and older siblings. Today, 30 year old Italians are considered privileged to have an indefinite work contract.
If this trend continues, and according to many it will, we will see more and more young people on waiting lists until they turn 40, waiting for a stable job. After that, we'll see people getting married to start families later and later.
Here they are, the magic words (which can save us from this swamp), from the boredom of a rigid and dull Italian work market: Mobility & Flexibility. Ichino proposes also, that a fiscal relief on women's revenues so that they can gain entry into the workplace.
“If we really think that a better balance at the family level is a good thing for us, we have to change the system.” “It is no good; the cause and effect principle making it so working moms have less children” says Ichino. “The U.S. has proven the contrary.” American women work more than Italian women, and have more children. So, who doesn't want a life, lived to the fullest? Who wouldn't want to be the protagonist of change? Do we really want to change things or not? Do we want less taxes? Do we want more wealth?
The starting point is always there; it's about taking a conscious look at ourselves as human beings who have needs and desires. We should not stop talking about it. Not because we like to complain, but because we want our voices heard! We gladly do without cynics and skeptics, who deeply believe that Italy will never change.
martedì 15 febbraio 2011
L'Italia è fatta in casa. E alle mamme che ruolo vogliamo dare?
Il 14 febbraio 2011 ho partecipato ad una conferenza dal titolo "Famiglia, una risorsa o una palla al piede?"
(vedi mio articolo su www.ilsole24ore.com uscito in data 14 febbraio alla voce "l'altra economia") tenutasi all'Università Bicocca di Milano e alla quale sono intervenuti, tra i vari, Andrea Ichino, docente di Economia Politica dell'Università di Bologna.
Secondo lo studio di Ichino, autore fra l'altro del libro "L'Italia fatta in casa", gli italiani lavorano più in casa che nel mercato, a confronto dei cittadini degli altri Paesi europei e degli Usa. Fatto ancora più allarmante è che all'interno delle mura domestiche vi è ancora una divisione squilibrata del lavoro. In pratica le donne sono maggiormente produttive. Sono loro che producono beni e servizi, che purtroppo non vengono considerati nel calcolo del Prodotto Interno Lordo del nostro Paese. Si occupano dei genitori anziani, dei figli diversamente abili, dei bimbi. Cucinano, puliscono, tengono le redini della famiglia. Con l'aggravante che se cercano un posto di lavoro sul mercato (magari dopo aver svezzato i figli che automaticamente passeranno alle cure gratuite dei nonni) perché strozzate dalle spese d'affitto o del mutuo, o perchè desiderano realizzarsi professionalmente, non lo trovano.
L'indagine di Ichino mostra uno stato delle cose poco piacevole, con molte controindicazioni che ci devono far riflettere. A noi italiane e italiani va bene così?
Perché secondo Ichino quelle che devono cambiare sono le nostre preferenze, e io aggiungerei le nostre priorità. Mettiamo insomma una pietra sopra all'idea del POSTO FISSO. E io qui aggiungo come sfogo personale: non esiste che uno in Italia non possa essere licenziato, non esiste che chi non sa fare il suo dovere rimane dov'è fino all'età in cui scattano i termini per andare in pensione (se poi in pensione decide di andarci...). "Dobbiamo rinunciare alla stabilità del posto fisso" dichiara Ichino.
Certo, qui, chi deve rinunciare al posto fisso non sono tanto i partecipanti all'incontro, ovvero gli studenti della Bicocca, che si devono ancora laureare e che passeranno i prossimi dieci anni a fare i precari. Sono le generazioni dei nostri genitori e fratelli maggiori. I trentenni di oggi se godono di un'assunzione a tempo indeterminato sono solo dei privilegiati.
Se il trend dovesse continuare, e a detta di molti, avverrà proprio questo, vedremo sempre più generazioni di giovani in fila d'attesa fino a 40 anni suonati per un'assunzione. Vedremo una popolazione "settled down" "sistemata, con famiglia e figli" sempre più tardi.
Ecco allora le parole magiche che ci faranno riscattare da questa situazione paludosa, dalla noia di un mercato del lavoro ingessato e monotono: MOBILITA', FLESSIBILITA'.
Ichino propone inoltre un alleggerimento fiscale per i redditi delle donne, così da facilitare il loro ingresso nel mercato del lavoro.
Se pensiamo che un maggiore equilibrio sulla ripartizione dei lavori all'interno della famiglia sia una cosa buona per noi e per la società intera, facciamo sì che le donne/mamme vadano a lavorare. "Non è valido", ribadisce Ichino, "Il principio di causa effetto secondo il quale le donne che lavorano troppo fanno pochi figli. Sono balle. Negli Usa è stato dimostrato il contrario. Le donne americane lavorano molto e fanno più figli di noi".
E allora chi di noi non desidera una vita vissuta al massimo? Chi non desidera essere protagonista di un cambiamento? Vogliamo o no cambiare le cose? Vogliamo meno tasse e più ricchezza? Si parte solo e sempre da lì: da una presa di coscienza di noi stessi, di uomini e donne vivi. Continuamo a parlarne. Non per lamentarci ma per farci sentire!
Al bando i cinici e gli scettici che in fondo in fondo pensano che in Italia le cose non cambieranno MAI.
(vedi mio articolo su www.ilsole24ore.com uscito in data 14 febbraio alla voce "l'altra economia") tenutasi all'Università Bicocca di Milano e alla quale sono intervenuti, tra i vari, Andrea Ichino, docente di Economia Politica dell'Università di Bologna.
Secondo lo studio di Ichino, autore fra l'altro del libro "L'Italia fatta in casa", gli italiani lavorano più in casa che nel mercato, a confronto dei cittadini degli altri Paesi europei e degli Usa. Fatto ancora più allarmante è che all'interno delle mura domestiche vi è ancora una divisione squilibrata del lavoro. In pratica le donne sono maggiormente produttive. Sono loro che producono beni e servizi, che purtroppo non vengono considerati nel calcolo del Prodotto Interno Lordo del nostro Paese. Si occupano dei genitori anziani, dei figli diversamente abili, dei bimbi. Cucinano, puliscono, tengono le redini della famiglia. Con l'aggravante che se cercano un posto di lavoro sul mercato (magari dopo aver svezzato i figli che automaticamente passeranno alle cure gratuite dei nonni) perché strozzate dalle spese d'affitto o del mutuo, o perchè desiderano realizzarsi professionalmente, non lo trovano.
L'indagine di Ichino mostra uno stato delle cose poco piacevole, con molte controindicazioni che ci devono far riflettere. A noi italiane e italiani va bene così?
Perché secondo Ichino quelle che devono cambiare sono le nostre preferenze, e io aggiungerei le nostre priorità. Mettiamo insomma una pietra sopra all'idea del POSTO FISSO. E io qui aggiungo come sfogo personale: non esiste che uno in Italia non possa essere licenziato, non esiste che chi non sa fare il suo dovere rimane dov'è fino all'età in cui scattano i termini per andare in pensione (se poi in pensione decide di andarci...). "Dobbiamo rinunciare alla stabilità del posto fisso" dichiara Ichino.
Certo, qui, chi deve rinunciare al posto fisso non sono tanto i partecipanti all'incontro, ovvero gli studenti della Bicocca, che si devono ancora laureare e che passeranno i prossimi dieci anni a fare i precari. Sono le generazioni dei nostri genitori e fratelli maggiori. I trentenni di oggi se godono di un'assunzione a tempo indeterminato sono solo dei privilegiati.
Se il trend dovesse continuare, e a detta di molti, avverrà proprio questo, vedremo sempre più generazioni di giovani in fila d'attesa fino a 40 anni suonati per un'assunzione. Vedremo una popolazione "settled down" "sistemata, con famiglia e figli" sempre più tardi.
Ecco allora le parole magiche che ci faranno riscattare da questa situazione paludosa, dalla noia di un mercato del lavoro ingessato e monotono: MOBILITA', FLESSIBILITA'.
Ichino propone inoltre un alleggerimento fiscale per i redditi delle donne, così da facilitare il loro ingresso nel mercato del lavoro.
Se pensiamo che un maggiore equilibrio sulla ripartizione dei lavori all'interno della famiglia sia una cosa buona per noi e per la società intera, facciamo sì che le donne/mamme vadano a lavorare. "Non è valido", ribadisce Ichino, "Il principio di causa effetto secondo il quale le donne che lavorano troppo fanno pochi figli. Sono balle. Negli Usa è stato dimostrato il contrario. Le donne americane lavorano molto e fanno più figli di noi".
E allora chi di noi non desidera una vita vissuta al massimo? Chi non desidera essere protagonista di un cambiamento? Vogliamo o no cambiare le cose? Vogliamo meno tasse e più ricchezza? Si parte solo e sempre da lì: da una presa di coscienza di noi stessi, di uomini e donne vivi. Continuamo a parlarne. Non per lamentarci ma per farci sentire!
Al bando i cinici e gli scettici che in fondo in fondo pensano che in Italia le cose non cambieranno MAI.
domenica 30 gennaio 2011
Mother of three forces lawyer to hire her. “I'm not leaving without a job!”. A lesson from Erin Brockovich.
Who wouldn't like to have a little bit of her determination and cheek. Who doesn't admire the young mom who convinces her lawyer to hire her and then goes on to work on important civil cases against big companies? This is the true story on which the film “Erin Brockovich,” by Steven Soderbergh (Ocean's Eleven, Traffic) is based.
Erin is a single mom with three kids who desperately needs a job to finance her family. “You have no actual medical training?” she is asked on a job interview, “No” she replies, “I have kids, I've learned a lot right there. I've seen nurses take throat cultures from my son, how did they do it? You stick a giant q-tip down their throat and wait. Urinalysis? You take that dipstick to see if the white count's high.”
Erin fights for her life, and for the life of her children. They wait for her at home, needing to be loved and fed.
Her interviewer is embarrassed. She continues, “I'm great with people, you'd have to observe me to know for sure, trust me on that. I'm a fast learner, I've always wanted to go to medical school, that was my first interest, then I got married and I had a kid when I was too young and blew it.”
So her search for a job doesn't work out... Erin doesn't give up! She is able to convince her lawyer, Ed Masry (with whom she had lost a case about fractures incurred by a car accident), to hire her as a legal assistant.
“I don't need compassion, I need a paycheck. I've looked, when you spend 6 years raising babies, it's hard to get a job that pays. I'm smart and hard-working. I am not leaving here without a job. Don't make me beg, if it doesn't work out, fire me.” To which Masry replies “okay... but no benefits.”
What does this teach us? Just the typical American fairy tale of willpower? Something impossible in Europe , especially in Italy ? Maybe.
There is something, however, that we cannot do. It's about being honest with yourself till the end and fighting for truth. Erin did it, she insisted on it. She faced all fears and prejudices against her “inadequate” resumé.
It's the story of us. Women. Women who differ from Erin in that they are happily in a relationship, or are married; we have a partner or husband who supports us, but still our personal bank accounts are in the negatives.
Of course in some way, we always survive thanks to the help of grandpas, uncles, aunts, and cousins. But what happens when these people aren't available? How many moms can afford to work without giving her salary right to the babysitter instead of a savings account?
lunedì 17 gennaio 2011
Mamma di tre figli costringe il suo avvocato ad offrirle un lavoro.“Non me ne vado da qui se non mi assume”. La lezione di Erin Brockovich
Chi non vorrebbe un po’ della sua grinta e sfacciataggine, chi non ammira la giovane madre che convince il suo avvocato ad assumerla e che riesce a fare carriera mettendo in piedi una causa civile contro una gigantesca societa’?
Una storia vera a cui si ispira il film “Erin Brockovich” di Steven Soderbergh, il regista di "Ocean’s Eleven" e di "Traffic".
“Quindi lei non ha fatto veri e propri studi medici?” Le chiedono durante un colloquio di lavoro.
“No" risponde Erin , "ma ho dei figli e ho imparato parecchio". "Ho visto le infermiere fare i tamponi alla gola ai miei figli. Che ci vuole. Uno gli ficca un cotton fioc gigante in gola e aspetta. O le analisi delle urine. Con l’asta si prende il livello e si vede se il conteggio dei globuli bianchi e’ alto”.
Davanti allo sguardo imbarazzato del suo interlocutore, Erin incalza. “Sono perfetta con le persone, imparo molto velocemente, ho sempre desiderato fare medicina, ma poi mi sono sposata e ho avuto dei figli, ero troppo giovane, cosi’ mi sono saltati tutti i piani”.
Il lavoro non arriva, ma Erin non molla. Riesce a convincere il suo avvocato, Ed Masry (con il quale ha perso la causa di risarcimento danni per un incidente stradale che le e’ costato varie fratture) ad assumerla in prova come assistente legale.
“Non mi serve compassione Masry, mi serve uno stipendio. Io ho cercato. Ma quando hai passato gli ultimi 6 anni della tua vita a crescere i figli, e’ difficile trovare un lavoro che ti dia uno straccio di stipendio. Io sono sveglia, sono una gran lavoratrice, faro’ qualsiasi cosa, e non me ne andro’ di qui senza un lavoro. Non mi faccia implorare. Se vede che non funziona, allora mi licenzi”.
E l’avvocato Masry rassegnato, le risponde: “Va bene, ma niente contributi”.
Come tante storie americane di successo, Erin , con la sua determinazione e intraprendenza ce la fara’ alla grande. La solita storiella di successo in cui si ricorda allo spettatore che “volere e’ potere”? Quella che risulta impossibile in Europa, specialmente in un Paese come l’Italia? Forse.
Se c’e’ una cosa che nessuno pero’ ci vieta di imparare su questa Terra, e’ essere sinceri con se stessi fino in fondo e lottare per il vero. Erin , l’ha fatto, insistendo, superando ogno sorta di paura e timore, di pregiudizio contro il suo profilo professionale, considerato non all’altezza.
E’ la storia di tutte noi. Di donne, magari diversamente da Erin , felicemente accoppiate, con un marito/partner che ci sostiene, ma con il conto in banca sempre in rosso. In questo, d'altra parte, siamo molto simili ad Erin.
Certo, in qualche modo ce la si fa sempre, ci si barcamena, grazie anche alla generosita’ e disponibilita’ di nonni, zii e cugini.
Diciamolo. Quante sono le mamme che possono permettersi di non lavorare perche’ lo stipendio del marito e’ sufficiente per mantenere l’intera famiglia?
E quante possono permettersi di lavorare senza che il loro stipendio vada a finire direttamente nelle tasche della baby-sitter, invece che in un conto risparmio?
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